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		<title>Le stragi di sangue che hanno sconvolto il mondo</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 18:18:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristiania</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Le stragi di sangue che hanno sconvolto il mondo Un&#8217;inchiesta sui massacri di stato, gli attentati terroristici e la violenza organizzata globale Vincenzo Maria Mastronardi &#8211; Silvio Ciappi Aggiornato con i drammatici eventi degli attentati di Mumbai di novembre 2008 Cosa deve essere inteso con il termine &#8220;strage&#8221;? Comprende anche i genocidi, le violenze politiche [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=145&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-147" style="margin:5px;" title="librostragi" src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2009/03/il-librostragi.jpg?w=510" alt="librostragi"   /></p>
<p><strong>Le stragi di sangue che hanno sconvolto il mondo</strong></p>
<p>Un&#8217;inchiesta sui massacri di stato, gli attentati terroristici e la violenza organizzata globale<br />
<em>Vincenzo Maria Mastronardi &#8211; Silvio Ciappi</em></p>
<p><em></em><br />
<strong>Aggiornato con i drammatici eventi degli attentati di Mumbai di novembre 2008</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong>Cosa deve essere inteso con il termine &#8220;strage&#8221;? Comprende anche i genocidi, le violenze politiche di massa, i crimini contro l&#8217;umanità? È semplicemente un omicidio plurimo? E quante vittime ci debbono essere perché si possa parlare di una strage? Spesso esiste un rapporto severo tra narrazione di una strage e sistema politico. Almeno in Italia dietro lo stragismo si è nascosta per molti anni l&#8217;ombra di un potere occulto, segreto. Anche per molte delle stragi internazionali funziona più o meno così. Si muore per calcolo politico, per rappresaglia, per ideologia; parlare di stragi è analizzare i conflitti che nel corso del secolo passato e nei primi anni dell&#8217;attuale hanno caratterizzato la storia geopolitica del mondo, in un tempo che si è distinto per i suoi rapidi cambiamenti e i drastici capovolgimenti di rotta. Ecco perché in questo libro, oltre a schede specifiche riguardanti singoli eventi, vengono fornite le principali coordinate dei conflitti che hanno generato quelle stragi e sono analizzati i massacri invisibili, senza nome, avvenuti in contesti di guerra civile ed etnica in molti paesi in via di sviluppo. Un percorso esaustivo che non trascura mai il quadro storico e ideologico che ha fatto da contorno alla violenza di massa, per individuarne gli attori principali, le motivazioni e descriverne il contesto geografico. Da Hitler a Pol Pot, dall&#8217;eccidio italiano di Debrà Libanos all&#8217;11 settembre 2001, dalla strategia della tensione alle stragi di mafia, da Timor Est ai <em>desaparecidos</em> argentini, dal dramma del Darfur alle stragi di Mumbai, il volume si conclude con una cronologia di attentati e stragi nazionali e internazionali delle più diverse matrici. </p>
<p style="text-align:right;">Newton Compton Editori, 2009</p>
<p style="text-align:right;">ISBN 978-88-541-1322-0</p>
<p style="text-align:right;">Pagine 360,  Euro 14,90</p>
<p style="text-align:right;"> </p>
<p> </p>
<div><strong><br />
</strong></div>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/aresitalia.wordpress.com/145/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/aresitalia.wordpress.com/145/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/aresitalia.wordpress.com/145/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/aresitalia.wordpress.com/145/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/aresitalia.wordpress.com/145/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/aresitalia.wordpress.com/145/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/aresitalia.wordpress.com/145/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/aresitalia.wordpress.com/145/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/aresitalia.wordpress.com/145/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/aresitalia.wordpress.com/145/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/aresitalia.wordpress.com/145/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/aresitalia.wordpress.com/145/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/aresitalia.wordpress.com/145/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/aresitalia.wordpress.com/145/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=145&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il Capitalismo</title>
		<link>http://aresitalia.wordpress.com/2009/02/04/il-capitalismo/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 20:24:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristiania</dc:creator>
				<category><![CDATA[X Items]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierpaolo Pasolini da “Quasi un testamento” , pubblicato postumo su Gente 17 Novembre 1975 Il capitalismo è oggi il protagonista di una grande rivoluzione interna: esso sta evolvendosi, rivoluzionariamente, in neocapitalismo. In contraddizione con quanto dicevo prima, potrei dire che la rivoluzione neocapitalistica si pone come competitrice con le forze del mondo che vanno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=133&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">di <strong>Pierpaolo Pasolini</strong> da <em>“Quasi un testamento” </em>, pubblicato postumo su Gente 17 Novembre 1975</p>
<p><img class="size-full wp-image-132 alignnone" title="pasolini11" src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2009/02/pasolini11.jpg?w=510" alt="pasolini11"   /></p>
<p style="text-align:justify;">Il capitalismo è oggi il protagonista di una grande rivoluzione interna: esso sta evolvendosi, rivoluzionariamente, in neocapitalismo.<br />
In contraddizione con quanto dicevo prima, potrei dire che la rivoluzione neocapitalistica si pone come competitrice con le forze del mondo che vanno a sinistra. In un certo modo va esso stesso a sinistra. E, fatto strano, andando (a suo modo) a sinistra tende a inglobare tutto ciò che va a sinistra. Davanti a questo neocapitalismo rivoluzionario, progressista e unificatore si prova un inaudito sentimento (senza precedenti) di unità del mondo.<br />
Perché tutto questo? Perché il neocapitalismo coincide insieme con la completa industrializzazione del mondo e con l’applicazione tecnologica della scienza. Tutto ciò è un prodotto della storia umana: di tutti gli uomini, non di questo o quel popolo. E infatti i nazionalismi tendono, in un prossimo futuro, a essere livellati da questo neocapitalismo naturalmente internazionale. Sicché l’unità del mondo (ora appena intuibile) sarà un’unità effettiva di cultura, di forme sociali, di beni e di consumi.<br />
Io spero naturalmente che, nella competizione che ho detto, non vinca il neocapitalismo: ma vincano i poveri.<br />
Perché io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma impressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. (non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo.)</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/aresitalia.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/aresitalia.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/aresitalia.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/aresitalia.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/aresitalia.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/aresitalia.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/aresitalia.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/aresitalia.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/aresitalia.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/aresitalia.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/aresitalia.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/aresitalia.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/aresitalia.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/aresitalia.wordpress.com/133/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=133&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sex Offender: riflessioni sul senso della pena</title>
		<link>http://aresitalia.wordpress.com/2008/06/20/sex-offenders-riflessioni-sul-senso-della-pena/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 13:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristiania</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Sex offenders]]></category>

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		<description><![CDATA[di Valentina Palmucci Il nostro ordinamento penitenziario prevede il trattamento quale offerta di interventi rivolti alla persona al fine di costruire con essa un percorso di rivisitazione critica del proprio vissuto, e quindi anche del reato, e di autodeterminazione al cambiamento. A tal proposito si ricorda una nota a cura dell’Ufficio Centrale della formazione e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=105&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">di <strong>Valentina Palmucci</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/prigione-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-111" src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/prigione-1.jpg?w=510" alt=""   /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Il nostro ordinamento penitenziario prevede  il trattamento quale offerta di interventi rivolti alla persona al fine di costruire con essa un percorso di rivisitazione critica del proprio vissuto, e quindi anche del reato, e di autodeterminazione al cambiamento. A tal proposito si ricorda una nota a cura dell’Ufficio Centrale della formazione e dell&#8217;aggiornamento del personale, del Dipartimento dell&#8217;Amministrazione Penitenziaria (1998), redatta per specificare approcci e problematiche relative alla gestione degli aggressori sessuali in carcere, dove nel constatare l&#8217;aumento negli ultimi anni di tale tipologia di detenuti si afferma sia necessario, &#8220;tenendo conto…della possibilità di individualizzazione dei programmi contemplata dalla legge penitenziaria, rendere disponibili anche per i Sex Offenders opportunità che includano, fra le altre, l&#8217;offerta di occasioni di riflessione personalizzata, vis à vis con un operatore ovvero in gruppo, da modularsi in relazione alle risorse disponibili&#8221;. Tale riflessione personalizzata, secondo la direttiva del DAP, dovrebbe essere concepita &#8220;in forma e con contenuti e finalità non dissimili da quanto caratterizza i rapporti che gli operatori dell&#8217;area psicosociopedagogica intessono quotidianamente con altri autori di reato giacché la legge non esplicita distinzioni che non siano riferibili alla intrinseca irripetibilità di ciascun soggetto e di ciascuna storia&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Il trattamento imposto giudiziariamente non può essere assimilato al trattamento medico in quanto non è più relativo alla coppia paziente-terapeuta esistendo sempre una terza parte, rappresentata da colui che impone tale costrizione. In questa relazione triangolare vi è una zona di tensione tra il terapeuta, che mira ad alleviare le sofferenze del paziente e colui che impone il trattamento che ha il dovere di punire il delinquente e di proteggere la società. Per superare tale tensione occorre trovare un accordo tra le parti basato sulla reciproca fiducia, sul rispetto del ruolo dell’altro nella società e sugli scopi comuni che risiedono sia nell’interesse del paziente che della comunità.<span id="more-105"></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Gli scopi comuni del trattamento, sui quali possono accordarsi il sistema giuridico e quello sanitario sono i seguenti:</span></p>
<ol>
<li><!--[if !supportLists]--><span><span style="font-size:10pt;">Condurre il delinquente sessuale a riconoscere pienamente la propria responsabilità nella commissione del reato;</span></span></li>
<li><span><span style="font-size:10pt;">Permettere al delinquente sessuale di acquisire gli strumenti per poter controllare il proprio comportamento sessuale sempre al fine di ridurre il rischio di recidiva;</span></span></li>
<li><span><span style="font-size:10pt;">Prevenire la recidiva di abusi sessuali.</span></span></li>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Anche la necessità di formulare un contratto di trattamento tra terapeuta e paziente rappresenta un prerequisito per accedere al programma. I clinici in generale sono d’accordo sul fatto che per iniziare qualsiasi programma di trattamento il delinquente sessuale deve sempre esprimere un consenso esplicito alla terapia, esattamente come avviene nella stipula di un contratto l’accordo non si perfeziona se manca l’accettazione del contraente che ha ricevuto la proposta. Quindi anche nel caso in cui il tribunale stabilisca che l’adesione al trattamento rappresenti la condizione necessaria per accedere alla libertà, restringendo notevolmente lo spazio di scelta dell’individuo, la decisione finale spetta comunque al paziente, il quale può sempre rifiutare di entrare nel programma, dopo essere stato adeguatamente informato su di esso. Il rifiuto al trattamento, in quanto scelta dell’individuo, deve essere rispettato dai terapeuti, anche se può significare una lunga pena detentiva.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Certamente rimane il fatto che una decisione raggiunta in un contesto di costrizione come quello in cui si trova il condannato è fortemente inficiata dalla prospettiva della preclusione ai benefici di legge ed il consenso al trattamento non sarà mai veramente libero ed autonomo. Intimamente collegato al concetto di consenso, così come ai principi etici dell’autonomia e del rispetto dell’individuo, vi è quello della motivazione: solo un paziente adeguatamente motivato può trarre beneficio da un trattamento di qualsiasi tipo, almeno a lungo termine. La motivazione al trattamento non è una caratteristica statica, ma multifattoriale e di interazione, che connota il rapporto tra paziente e terapeuta nella dimensione temporale. Nel caso del trattamento imposto al delinquente sessuale da una decisione giudiziaria c’è un livello basso di motivazione al momento iniziale del trattamento oppure tale motivazione dipende per lo più dal desiderio di accedere alle misure alternative alla detenzione e molto meno da una reale istanza di affrontare il proprio disagio legato alla sfera della sessualità. Un contributo importante in tal senso può essere apportato dal Giudice (nel nostro ordinamento dal Tribunale di Sorveglianza in quanto organo che presiede alla esecuzione della pena) il quale, se adeguatamente preparato sulle possibilità ed i limiti dei programmi terapeutici, può incidere sulla motivazione del condannato ad aderire ad un programma di trattamento per sexual offenders, presentandolo non solo come un obbligo ma soprattutto come una valida opzione. In seguito un atteggiamento positivo da parte dell’equipe formata appositamente all’interno del carcere, della quale farà parte il terapeuta, l’educatore, l’assistente sociale ed il rappresentate della polizia penitenziaria, sicuramente contribuirà allo sviluppo di un clima di fiducia e di rispetto. Il delinquente sessuale deve progredire nel trattamento da una posizione iniziale di sfida ad una di condiscendenza e, se possibile, di alleanza terapeutica. Del resto la costrizione non è sinonimo di sottomissione passiva del paziente alla terapia. Molti clinici affermano che, almeno inizialmente, un certo grado di costrizione è importante perché gran parte dei sexuals offenders entrino nel programma di trattamento, ma più il suddetto trattamento sarà soddisfacente in sé, meno sarà necessaria la costrizione; la terapia obbligatoria è una soluzione a breve termine ad un problema a lungo termine e per avere successo la relazione interpersonale fra paziente e terapeuta deve passare dal controllo alla collaborazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Generalmente la presa in carico del <em>sexual offender </em>inizia nel momento in cui viene pronunciata sentenza di condanna, anche se in alcune realtà normative, investe addirittura la fase della custodia cautelare e, di fatto, continua anche dopo la fine della pena, in quanto la persona sa che, anche se non è obbligato per legge a farlo, può rivolgersi al personale operante nei centri esterni qualora avvertisse l’insorgere di disagi o problematiche tali da farlo sentire a rischio di recidiva. Si tratta, dunque, di un sistema strutturato che accompagna il delinquente durante l&#8217;esecuzione penale, sia intra che extra-muraria, e prevede un rientro “assistito” in seno alla comunità, mediante l’offerta di un programma di sostegno socio-terapeutico messa in atto da una équipe multidisciplinare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">La letteratura scientifica internazionale sul tema del trattamento del c.d. <em>sexual offender </em>riflette l’eterogeneità dei paradigmi teorici di riferimento. I vari modelli esplicativi confluiscono in un modello eziologico multifattoriale che tiene conto di diversi fattori causali endogeni ed esogeni che ciascuna delle principali teorie (psicologiche-psicanalitiche, cognitivo-comportamentali, sistemiche) tenta di spiegare. A questi differenti approcci esplicativi corrispondono altrettante pratiche terapeutiche, tra le quali si possono individuare due principali filoni, l’uno di orientamento psicodinamico-psicanalitico e l’altro cognitivo-comportamentale. Quest’ultimo sembra essere quello maggiormente diffuso,<span> </span>e si fonda sul tentativo di modificare le distorsioni cognitive e le preferenze sessuali, nonché migliorare le abilità sociali, avendo come obiettivo la riduzione della recidiva del comportamento sessualmente aggressivo; è diffuso maggiormente negli Stati Uniti, in Canada, ma da qualche anno ha<span> </span>trovato spazio anche in Europa, in particolare in Belgio, Olanda e Inghilterra, dove tradizionalmente si è affermato il modello psicodinamico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Nessun approccio può pretendere di possedere la soluzione al problema della devianza sessuale, bensì ciascuno apporta un contributo prezioso e significativo alla conoscenza delle motivazioni sottostanti l’atto sessualmente aggressivo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">La psicanalisi, ad esempio, si è interessata all’atto deviante in quanto manifestazione di una perversione ed attribuisce al comportamento delittuoso<span> </span>la funzione di proteggere il soggetto dalle angosce primitive e di permettergli di vivere in qualche modo la sua sessualità. Le terapie di impostazione psicanalitica-psicodinamica si rivolgono alle cause inconsce del disagio e della sofferenza e non direttamente alla modificazione del comportamento sessuale, effetto questo che passa in secondo piano negli scopi perseguiti da questo modello terapeutico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Al contrario l’approccio comportamentale mira essenzialmente alla riduzione della recidiva, incidendo sul comportamento sessualmente deviante attraverso anche l’utilizzo dei principi<span> </span>tratti dal cognitivismo, secondo il quale le distorsioni cognitive sono alla base dell’impulso aggressivo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">In ogni caso vista la complessità e la gravità del problema, nonché l’eterogeneità del fenomeno e la specificità di ciascun individuo è importante poter disporre di un ventaglio più ampio ed più diversificato possibile di modalità di presa in carica terapeutica. Poter scegliere la più indicata per ogni singolo caso presuppone, comunque, una preliminare valutazione del soggetto e dell’atto deviante, mediante una serie di strumenti clinici, come i questionari, i test ed i colloqui, nonché<span> </span>statistici, quali le scale di valutazione del rischio di recidiva.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Il nostro paese, fino ad oggi, ha scelto di prevenire il fenomeno della violenza sessuale esclusivamente con lo strumento della risposta retributiva pesante che si accompagna a sempre più raffinate capacità d’intercettazione e di incapacitazione delle condotte sessuali ai danni di minori. Ma, come si è già detto, questi autori di reato presentano specificità sul piano delle caratteristiche di personalità e della gestione della propria sessualità che richiedono interventi differenziati e mirati da prevedere nel momento esecutivo della risposta penale, sia per istanze di difesa sociale (i rischi della recidiva) che per evitare a questi soggetti supplementi di pena con effetti stigmatizzanti che bloccano ogni loro percorso evolutivo di cambiamento nel contesto attuale di detenzione, in carcere, dove vengono relegati in sezioni apposite, cosiddette “protette”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Questi imputati e condannati, difatti, nell&#8217;attuale contesto detentivo, vengono isolati per proteggerli dalla reattività violenta e punitiva degli altri detenuti, agita sulla base di un consolidato riferimento culturale che, purtroppo, a volte investe anche il personale non adeguatamente formato e sensibilizzato. Ciò determina condizioni di detenzione spesso svantaggiate e una disparità di trattamento nello svolgimento delle attività intramurarie lavorative e ricreative. In alcuni Istituti si è costretti, per esigenze di sicurezza. a dimezzare per i &#8220;protetti&#8221; anche le ore di aria nei cortili. Laddove poi non esistono sezioni apposite o la possibilità strutturale di istituirle, soprattutto nei piccoli Istituti, vengono improvvisate detenzioni di condannati per violenza sessuale in condizioni di isolamento quasi totale. Ciò accade per quei condannati che, per motivi di vicinanza alla propria residenza, preferiscono non chiedere trasferimenti in strutture più capienti e adeguate.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Ulteriore conseguenza di questa situazione è il rinforzo di uno stigma negativo, che in tale regime di separazione detentiva permette il riprodursi della tendenza, tipica di molti devianti sessuali, a rinchiudersi in un vissuto di isolamento che ne accentua le inattitudini alla vita di relazione. La detenzione degli autori di violenza sessuale è dunque caratterizzata da una diversa accessibilità ai diritti fondamentali della persona, per cui una prospettiva minima ed immediata di intervento diventa quella della <strong>tutela del diritto</strong><em> </em>di ciascun imputato o condannato per reato a sfondo sessuale, affinché non sia discriminato nell&#8217;ambito della vicenda detentiva, ma possa usufruire degli stessi diritti degli altri detenuti, in modo tale che il contesto detentivo possa articolarsi sempre più come una risorsa e una opportunità a volte unica nell’arco della propria esistenza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Sempre nella prospettiva della tutela dei diritti vi è da segnalare la generalizzata tendenza della Magistratura di Sorveglianza a negare l’accesso alle misure alternative alla detenzione. Ciò accade perché i condannati per delitti sessuali tendono a trincerarsi in atteggiamenti di negazione e minimizzazione delle loro condotte, ma anche perché (e questo forse è ancor più grave) allo stato attuale non esistono, se non in rarissimi casi (vedi il caso di Milano Bollate), percorsi trattamentali strutturati che forniscano alla Magistratura di Sorveglianza risultati minimamente rassicuranti in merito alla presa di coscienza delle problematiche sottostanti il comportamento sessualmente deviante ed alla conseguente previsione di rischio di recidiva del condannato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Proprio per approfondire queste considerazioni il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno presentato e realizzato due progetti finanziati dal programma STOP dell’Unione Europea e conclusisi nel marzo 1999 con un seminario transnazionale. Il progetto,<span> </span>denominato WOLF (<em>working on lessening fear</em><span>-lavorare per diminuire la paura) è nato dall’esigenza di rispondere alla crescente attenzione sociale sulla gravità del problema degli abusi sessuali contro i minori, anche in seguito a drammatiche notizie di cronaca che hanno avuto per oggetto violenze esercitate sui minori, di cui lo sfruttamento e l’abuso sessuale sono una delle molteplici espressioni. Tale progetto, insieme ad un altro programma denominato For-WOLF, più centrato sulle problematiche della formazione degli operatori sociali e penitenziari addetti al trattamento dei rei sessuali, è stata per il nostro Paese la prima occasione di confronto ufficiale, di ricerca e di scambio transnazionale riguardo alle problematiche relative al trattamento di questi condannati, un’occasione, per istituzioni centrali e periferiche, di attivazione alla ricerca sul fenomeno dei reati sessuali in generale e sulle problematiche connesse alla loro presa in carico. Da questi progetti sono sorti, successivamente, delle sperimentazioni locali in alcuni penitenziari come quello di Milano Bollate, di Prato, di Lodi, di Pescara ecc..</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">L&#8217;auspicio è che questi primi tentativi di realizzazione di percorsi trattamentali adeguati per i condannati per reati sessuali possano diventare la base di partenza per l’affermazione di un modello di presa in carico terapeutica che partendo dal carcere coinvolga, così come avviene per le tossicodipendenze, la c.d. rete esterna (servizi sociali e psichiatria territoriale), in un lavoro di squadra con la Magistratura ed i servizi di aiuto alla vittima, il cui fine ultimo è per tutti lo stesso: la difesa della collettività e la riabilitazione effettiva del condannato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;"><strong>BIBIOGRAFIA</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Ciappi S., Palmucci V., Toccafondi I., Scala P. (2006). </span><span><em>Aggressori sessuali. Dal carcere alla società ; ipotesi e strategie di intervento</em>. </span><span style="font-style:normal;" lang="FR">Giuffré, Milano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Dèttore, D., Fuligni, C. (1999). <em>L’abuso sessuale sui minori. Valutazione e terapia delle vittime e dei responsabili</em>. <span lang="EN-GB">Milano: McGraw-Hill.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ministero della Giustizia</span><span> </span><span style="font-style:normal;">(1999). </span><span>Atti del seminario transnazionale sul </span><em><span>“Progetto Wolf</span><span style="font-style:normal;">, </span></em><span><em>progetto di ricerca e scambio transnazionale sul trattamento degli autori dei reati di sfruttamento sessuale di minori e sui bisogni di formazione degli operatori sociali addetti al loro trattamento”</em>, </span><span style="font-style:normal;">Roma, 10-12 marzo 1999. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Giulini P.G., Vassalli A., Di Mauro S. (2003): «<span>Un Detenuto Ibernato: l&#8217;autore di reato sessuale tra tutela dei diritti e prospettive di difesa sociale</span><em>»</em>, in: Gatti U., Gualco B. (a cura di), <em>Carcere e territorio, </em><span> </span>Giuffré, Milano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Palmucci V., Traverso G.B</span><span>., </span><span style="font-style:normal;">La valutazione del delinquente sessuale nelle esperienze di ricerca e di intervento in campo internazionale</span><span>, <em>Rivista Italiana di Criminologia</em></span><span style="font-style:normal;">, fascicolo n. 1-2 dell’anno 2004</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Orefice S. (2002). <em>La sfiducia e la diffidenza.<span style="font-style:normal;"> Raffaello Cortina</span><span style="font-style:normal;">, Milano.</span></em></span></p>
</ol>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/aresitalia.wordpress.com/105/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/aresitalia.wordpress.com/105/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/aresitalia.wordpress.com/105/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/aresitalia.wordpress.com/105/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/aresitalia.wordpress.com/105/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/aresitalia.wordpress.com/105/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/aresitalia.wordpress.com/105/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/aresitalia.wordpress.com/105/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/aresitalia.wordpress.com/105/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/aresitalia.wordpress.com/105/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/aresitalia.wordpress.com/105/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/aresitalia.wordpress.com/105/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/aresitalia.wordpress.com/105/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/aresitalia.wordpress.com/105/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/aresitalia.wordpress.com/105/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/aresitalia.wordpress.com/105/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=105&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Nemici convenienti</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2008 17:40:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristiania</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Loïc Wacquant da Simbiosi Mortale, Ombre Corte, 2002 Nel 1989, per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione imprigionata negli Stati Uniti era nera. A seguito di dieci anni di &#8220;guerra alla droga&#8221;, lanciata dal governo federale come parte di una più ampia politica di 1egge e ordine&#8221;, il tasso di incarcerazione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=115&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">di <strong>Loïc Wacquant</strong> da <em>Simbiosi Mortale</em>, Ombre Corte, 2002</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/wacquant_bn.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-116" src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/wacquant_bn.jpg?w=250&#038;h=199" alt="" width="250" height="199" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Nel 1989, per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione imprigionata negli Stati Uniti era nera. A seguito di dieci anni di &#8220;guerra alla droga&#8221;, lanciata dal governo federale come parte di una più ampia politica di 1egge e ordine&#8221;, il tasso di incarcerazione degli afroamericani è raddoppiato passando da 3.544 carcerati per 100.000 abitanti nel 1985  a 6.926 per 100.000 nel 1995: questo significa un tasso di circa sette volte superiore a quello dei loro compatrioti di pelle bianca (919 su 100.000) e più di venti volte superiore a quello registrato in Francia, in Inghilterra o in Italia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">(&#8230;)  Se è vero che i neri sono diventati i &#8220;clienti&#8221; principali del sistema carcerario degli Stati Uniti, questo non è però dovuto a qualche speciale predisposizione che questa comunità manifesterebbe verso il crimine e la devianza. Al contrario ciò si verifica perché qui si intersecano tre sistemi di forze che nel loro complesso alimentano il regime di iperinflazione carceraria sperimentato dall&#8217;America nell&#8217;ultimo quarto di secolo, in seguito alla rottura del patto sociale fordista-keynesiano e alla contestazione del regime di casta da parte del movimento per i diritti civili.<span id="more-115"></span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Queste tre forze sono rispettivamente: </span></p>
<ul type="disc">
<li class="MsoNormal"><span style="font-size:10pt;">la dualizzazione del mercato del lavoro e la      diffusione dell&#8217;impiego precario e dell&#8217; inoccupazione nei suoi settori      più dequalificati; </span></li>
<li class="MsoNormal"><span style="font-size:10pt;">lo smantellamento delle reti di assistenza      pubblica a danno dei membri più vulnerabili della società (reso a sua      volta necessario dall&#8217;etnergere del lavoro salariato desocializzato); </span></li>
<li class="MsoNormal"><span style="font-size:10pt;">la crisi del ghetto come strumento per il      controllo e il confino di una popolazione stigmatizzata, estranea al corpo      sociale della nazione e superflua da un punto di vista sia economico che      politico (Wacquant 1998a; 1998b).</span></li>
</ul>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Questo porta a ritenere che, per quanto estrema, la traiettoria carceraria dei neri negli Stati Uniti sia in realtà meno unica di quanto l&#8217;abusata teoria dell&#8217;eccezionalità americana&#8221; possa farci pensare. Si potrebbe perfino ipotizzare che, se cause identiche producono le medesime conseguenze, con ogni probabilità le società dell&#8217;Europa occidentale produrranno situazioni analoghe (anche se meno pronunciate), dal momento che anche queste si avviano verso una gestione penale della povertà e della disuguaglianza, e chiedono ai propri sistemi carcerari non solo di ridurre la criminalità, ma anche di funzionare come dispositivi per la regolazione dei segmenti più dequalificati del mercato del lavoro e per il contenimento di popolazioni considerate indegne, derelitte e indesiderabili. Da questo punto di vista, stranieri e quasi-stranieri sarebbero i &#8220;neri&#8221; d&#8217;Europa.</span></p>
<p style="margin-bottom:12pt;text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">(&#8230;) Più in generale, è ben documentato il fatto che le pratiche giudiziarie apparentemente più neutrali e di routine, a partire dalle decisioni riguardanti la detenzione preventiva, tendono a svantaggiare sistematicamente persone che sono o vengono semplicemente percepite come straniere. E la giustizia &#8220;a quaranta velocità&#8221;, per prendere a prestito l&#8217;efficace espressione usata dai giovani che risiedono nelle fatiscenti case popolari di Longwy, sa fin troppo bene come calibrare le proprie pratiche quando si tratta di arrestare, perseguire e incarcerare i residenti delle aree stigmatizzate ad alta concentrazione di disoccupati e di famiglie formatesi dalla migrazione di lavoro del dopoguerra che si sono stabilite in quei vicinati che nel gergo ufficiale vengono designati come &#8220;sensibili&#8221;. In effetti, nella vigenza delle disposizioni dei trattati di Maastricht e di Schengen, orientate ad accelerare l&#8217;integrazione giudiziaria così da assicurare l&#8217;effettiva &#8220;libertà di circolazione&#8221; dei cittadini europei, l&#8217;immigrazione è stata ridefinita dai paesi firmatari come una questione continentale (e quindi nazionale) di sicurezza, rubricata sotto lo stesso titolo della criminalità organizzata e del terrorismo, a cui è stata assimilata sotto il profilo sia discorsivo che amministrativo. È così che attraverso l&#8217;Europa le pratiche poliziesche, giudiziarie e penali convergono quanto meno per il fatto che si dispiegano con particolare diligenza nei confronti di persone dalle sembianze non europee, facilmente individuate e sottoposte all&#8217;arbitrio della polizia e del sistema giudiziario, al punto che si può parlare di un vero e proprio processo di criminalizzazione dei migranti che tende, per i suoi effetti destrutturanti e criminogenici, a (co)produrre proprio il fenomeno che si suppone debba contrastare, secondo il meccanismo ben noto della &#8220;profezia che si autoavvera&#8221; (Merton 1968). La conseguenza principale di questo processo di criminalizzazione è infatti quella di sospingere ulteriormente le popolazioni che ne sono rese oggetto nella clandestinità e nell&#8217;illegalità, e di alimentare il consolidamento di specifiche reti di socializzazione e di aiuto reciproco, oltre che di una vera e propria economia parallela sottratta a qualsiasi regolazione statale: risultato che a sua volta giustifica la particolare attenzione riservata a questi gruppi da parte delle forze dell&#8217;ordine.<br />
Questo processo è poi rinsaldato efficacemente dai mezzi di comunicazione di massa e da politici di ogni provenienza, ansiosi di cavalcare l&#8217;ondata xenofoba che ha attraversato l&#8217;Europa a partire dalla svolta neoliberista degli anni Ottanta. Autenticamente o per puro cinismo, direttamente o indirettamente, comunque in modo sempre più superficiale, essi sono riusciti ad amalgamare insieme immigrazione, illegalità e criminalità. Inscritto continuamente nella lista nera degli indesiderabili, sospettato in anticipo se non per principio, sospinto ai margini della società e perseguitato dalle autorità con zelo irrefrenabile, lo straniero (extracomunitario) si trasforma così in un &#8220;nemico conveniente&#8221; &#8211; per riprendere l&#8217;espressione coniata da Nils Christie (1986) &#8211; al tempo stesso simbolo e destinatario di tutte le insicurezze sociali, come lo sono gli afroamericani poveri nelle grandi città degli Stati Uniti. La prigione, insieme con il marchio che essa inevitabilmente imprime, contribuisce così attivamente alla produzione di una categoria europea di &#8220;sub-bianchi&#8221; ritagliata su misura per legittimare una deriva verso la gestione penale della povertà che, attraverso un effetto &#8220;aureola&#8221;, tende poi ad applicarsi a tutti gli strati della classe operaia minacciati dalla disoccupazione di massa e dalla flessibilizzazione del lavoro, indipendentemente dalla loro nazionalità.<br />
Da questo punto di vista, l&#8217;incarcerazione e il trattamento poliziesco e giudiziario degli stranieri e delle categorie loro assimilate (arabi e &#8220;beurs&#8221; in Francia, Indiani occidentali in Inghilterra, turchi e rom in Germania, tunisini e albanesi in Italia, africani in Belgio, surinamesi e marocchini in Olanda ecc.) costituiscono una vera e propria cartina di tornasole, una <em>shibboleth</em> per l&#8217;Europa (Bourdieu 1998). La loro evoluzione ci permetterà di comprendere fino a che punto l&#8217;Unione europea resisterà o invece si conformerà alla politica americana di criminalizzazione della povertà come corollario alla generalizzazione dell&#8217;insicurezza sociale e della precarietà salariale. Come il destino carcerario dei neri in America, essa ci offre un prezioso segno premonitore del modello di società e di Stato che si sta costruendo in Europa.<strong> </strong></span></p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/aresitalia.wordpress.com/115/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/aresitalia.wordpress.com/115/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/aresitalia.wordpress.com/115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/aresitalia.wordpress.com/115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/aresitalia.wordpress.com/115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/aresitalia.wordpress.com/115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/aresitalia.wordpress.com/115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/aresitalia.wordpress.com/115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/aresitalia.wordpress.com/115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/aresitalia.wordpress.com/115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/aresitalia.wordpress.com/115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/aresitalia.wordpress.com/115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/aresitalia.wordpress.com/115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/aresitalia.wordpress.com/115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/aresitalia.wordpress.com/115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/aresitalia.wordpress.com/115/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=115&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Il grande fratello e la fortezza assediata</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jun 2008 10:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristiania</dc:creator>
				<category><![CDATA[X Items]]></category>

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		<description><![CDATA[di Zygmunt Bauman da La Repubblica — 03 giugno 2008 Come osservava Pierre Bourdieu più di trent&#8217;anni fa (La distinzione), i rapporti sovraordinazione/ subordinazione e la riproduzione delle divisioni e delle gerarchie sociali oggigiorno tendono sempre più a fare assegnamento sulla seduzione piuttosto che sulla regolamentazione normativa, sulla produzione dei desideri più che sulla coercizione, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=112&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Zygmunt Bauman</strong><br />
da La Repubblica — 03 giugno 2008</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/bauman.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-113" src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/bauman.jpg?w=510" alt=""   /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Come osservava Pierre Bourdieu più di trent&#8217;anni fa (<strong>La distinzione</strong>), i rapporti sovraordinazione/ subordinazione e la riproduzione delle divisioni e delle gerarchie sociali oggigiorno tendono sempre più a fare assegnamento sulla seduzione piuttosto che sulla regolamentazione normativa, sulla produzione dei desideri più che sulla coercizione, sulle <em>public relation</em> piuttosto che sulla sorveglianza. Questa fiducia, possiamo aggiungere, aumenta di pari passo con il passaggio da una &#8220;società di produttori&#8221; a una &#8220;società di consumatori&#8221;.Come tutti i modelli di ordinamento sociale, quello che sta venendo alla luce &#8211; non più costruito secondo il modello della &#8220;fabbrica fordista&#8221;, ma secondo quello di un centro commerciale, e che viene fatto funzionare attraverso i meccanismi descritti da Bourdieu &#8211; identifica in modo differente i gruppi della società che sono inadatti all&#8217; inclusione. Invece delle &#8220;classi pericolose&#8221;, ribelli o rivoluzionarie &#8211; che puntano a neutralizzare o ad assumere il controllo dei mezzi di coercizione e a ridefinire la normativa &#8211; sono i &#8220;consumatori imperfetti&#8221; &#8211; individui e categorie di individui insensibili alla seduzione e/o incapaci di agire in base ai loro desideri per scarsità o mancanza di risorse &#8211; a essere classificati come inadatti a essere inclusi nella società (questa classificazione è appropriatamente espressa attraverso la definizione di sottoclasse = al di sotto, e dunque al di fuori, dell&#8217;ordinamento di classe). Nella loro forma originaria, ipotizzata da Jeremy Bentham e retrospettivamente indicata da Michel Foucault, i meccanismi panoptici di dominazione, miranti a immobilizzare il sorvegliato, a tenerlo al suo posto e dentro il regime comportamentale routinario, a impedirne la fuga o la deviazione, oggi si limitano e si concentrano esclusivamente sugli &#8220;<strong>inadatti</strong>&#8221; (leggi: coloro che sono insensibili ai dispositivi di controllo applicati alla maggioranza della popolazione). Destinati in passato a essere applicati universalmente (appropriati ed efficaci per i dipendenti delle fabbriche e degli uffici, per i soldati nelle caserme, gli scolari, i pazienti degli ospedali e delle cliniche per malattie mentali, i detenuti, gli indigenti negli ospizi), oggi questi meccanismi vengono utilizzati soprattutto nei luoghi di detenzione: in più, l&#8217; enfasi posta nella dichiarata finalità della sorveglianza si è spostata dalla imposizione di una particolare routine comportamentale alla prevenzione di fughe e danni. <span id="more-112"></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Come suggeriva Thomas Mathiesen, nel caso della &#8220;maggioranza&#8221;, l&#8217;applicazione della strategia della dominazione del &#8220;controllo-attraverso-la-sorveglianza&#8221; è passata dal &#8220;tutti guardano tutti&#8221;, ai &#8220;pochi che guardano tutti&#8221;, per giungere infine alla fase &#8220;tutti guardano alcuni&#8221;. Mentre si è riposto il controllo sociale nella &#8220;scatola degli attrezzi&#8221;, la coercizione esercitata attraverso la seduzione e le pubbliche relazioni (la sorveglianza popolare di divi e celebrità, di persone in vista trasformate in oggetti di ammirazione e di emulazione) ha sostituito il controllo generale da parte dei rappresentanti dell&#8217;autorità. La tendenza individuata e descritta da Mathiesen è senz&#8217;altro importante, sebbene non sia l&#8217; unica e, probabilmente, nemmeno la principale deroga nella ininterrotta storia dell&#8217;impiego tradizionale della sorveglianza. Anche all&#8217;interno del &#8220;nocciolo duro&#8221; dell&#8217;ordine sociale rimane valido lo schema &#8220;pochi che guardano molti&#8221;: semmai, ora esso diventa più onnipresente, più sofisticato e tecnologicamente meglio attrezzato che in passato, e ha fatto ulteriori progressi sulla strada che porta alla completa liberalizzazione e privatizzazione. Cosa ancora più importante, questo schema si è rivolto verso un obiettivo radicalmente differente. La sua funzione principale e generale è quella di mantenere fuori gli outsider, gli indesiderabili, piuttosto che tenere dentro (leggi: dentro l&#8217; area disciplinata normativamente e dentro la routine obbligatoria) gli insider (leggi: quelli già altrimenti, adeguatamente disciplinati). Possiamo dire che &#8220;<em>Big Brother</em>&#8221; e i suoi rappresentanti e plenipotenziari, sempre più numerosi, sono stati reimpiegati per contribuire all&#8217;esclusione e impedire il &#8220;ritorno degli esclusi&#8221; di una moltitudine in rapida crescita di categorie: immigrati sgraditi, improbabili clienti di centri commerciali, mendicanti invadenti, ospiti non invitati di comunità residenziali con accesso controllato, abitanti di <em>banlieue</em> e di ghetti urbani nei centri cittadini, gente a cui le banche non concedono crediti, eccetera. In poche parole, la funzione del Secondo Big Brother è quella di mantenere a tenuta stagna la linea che separa gli inadatti dagli adatti: una metafora concretizzata recentemente attraverso gli addetti alla sicurezza aeroportuale, che confiscano le bottiglie d&#8217;acqua minerale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Il primo <em>Big Brother</em> manteneva gli occhi fissi sulle uscite: quelli dei suoi discendenti sono concentrati sulle entrate. <strong>La sorveglianza destinata a mantenere le entrate inaccessibili è presentata, pubblicizzata e venduta all&#8217;opinione pubblica sotto l&#8217;etichetta della loro sicurezza</strong>. Il fatto che il concetto di &#8220;sicurezza&#8221; sia definito e si manifesti principalmente in compiti come l&#8217;esclusione di tutti quelli ritenuti &#8220;inadatti&#8221; (cioè, controproducenti o semplicemente indifferenti al funzionamento senza intoppi dei meccanismi di controllo sociale attualmente impiegati) difficilmente viene dichiarato in modo esplicito negli articoli pubblicitari. Ciò nonostante, la cosa è fin troppo evidente nella pratica ed è ben facile da dedurre. Gli oggetti di una sorveglianza onnipresente e invadente sono indotti ad accettare l&#8217; intimo collegamento tra esclusione e sicurezza e dunque ad accettare, tranquillamente e senza risentimenti, la strategia messa in atto (quindi la realtà di incursioni sempre più radicali nella nostra privacy); ad accettare di essere costantemente sotto sorveglianza; ad accettare i benefici effetti dell&#8217;esclusione, malgrado la sua bizzarria morale. Per ridurre ulteriormente la possibilità di risentimenti, le persone sono invitate a partecipare attivamente &#8220;al gioco&#8221;: per esempio, votando per allontanare gli indesiderabili dallo show del Grande Fratello. una volta diventata principalmente un mezzo di esclusione, la sorveglianza assegna contemporaneamente ai membri della società il ruolo di colpevoli e di bersagli, di carnefici e di vittime. Trasforma le sue potenziali vittime o &#8220;perdite collaterali&#8221; in suoi complici attivi o passivi o in spettatori solidali. Paradossalmente, ma con ottimi risultati, ciò fa crescere gli &#8220;interessi acquisiti&#8221; delle potenziali vittime nella perpetuazione e nell&#8217;ulteriore inasprimento della strategia di dominio del &#8220;controllo-attraverso-la-minaccia-dell&#8217;esclusione&#8221;. L&#8217;onnipresenza dei dispositivi di sorveglianza, oggi, ha raggiunto la fase in cui essa è ormai auto-sostentata e auto fecondante. La quantità e dimensione, la visibilità e l&#8217;invadenza di tali dispositivi, bastano a creare e alimentare un&#8217; atmosfera da &#8220;<strong>fortezza assediata</strong>&#8221; e una <em>forma mentis</em> da emergenza permanente: che a sua volta alimenta e legittima la richiesta di un&#8217; ulteriore, accelerata diffusione di tali dispositivi e rafforza il favore popolare per le misure promesse per accogliere tali richieste. <strong>La sorveglianza, oggi, è un &#8220;setaccio&#8221; al servizio della propria perpetuazione</strong>: un setaccio che serve a isolare i bersagli appropriati della sorveglianza (gli indesiderabili) da quelli che potrebbero/dovrebbero essere lasciati fuori (perché hanno superato il test di non indesiderabilità). Gli esclusi, tuttavia, non sono stati addestrati all&#8217;arte della autodisciplina e sono disabituati a praticarla: perciò hanno bisogno di comprare la sorveglianza per riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa della sorveglianza fornita dalla società. Da ciò deriva l&#8217; attuale &#8220;boom della consulenza&#8221;, la domanda sempre crescente di &#8220;consulenti&#8221;, dal vivo o telematici, ma, in entrambi i casi, altrettanto disorganizzata quanto coloro che li richiedono. Il sorprendente successo del sito Facebook trae vantaggio da questa tendenza.<br />
© Zygmunt Bauman © Domus</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a></a></p>
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		<title>Sex offender: il mostro in carcere</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jun 2008 12:17:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristiania</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Sex offenders]]></category>

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		<description><![CDATA[di Valentina Palmucci In Italia, una donna su tre ha subito almeno una violenza fisica o sessuale, quasi il 5% è stato vittima di uno stupro o di un tentativo di stupro e circa nella metà dei casi questo è avvenuto ad opera dei partner. Nel 96% dei casi la donna non sporge denuncia e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=100&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valentina Palmucci</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/prigione_new.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-110" src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/06/prigione_new.jpg?w=300&#038;h=209" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">In Italia, una donna su tre ha subito almeno una violenza fisica o sessuale, quasi il 5% è stato vittima di uno stupro o di un tentativo di stupro<span> </span>e circa nella metà dei casi questo è avvenuto ad opera dei partner. Nel 96% dei casi la donna non sporge denuncia e spesso sopporta in silenzio, senza rivelare a nessuno cosa le è successo. La maggioranza dei tragici fatti avvengono tra le pareti domestiche. Sono frutto di raptus improvvisi dovuti a momenti di follia e spesso sono legati a tossicodipendenza, alcolismo o a situazione di degrado e di emarginazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">A volte gli aggressori provengono da famiglie in cui hanno vissuto l’esperienza<span> </span>della violenza oppure da famiglie fortemente gerarchizzate, talvolta sono persone dall’apparenza normale, incapaci però di gestire l’emotività, la frustrazione che deriva dal confronto con l’altro, il più delle volte il gesto violento nasce dal desiderio di dominio. Sono soggetti pericolosi che se non vengono presi in carico dal punto di vista terapeutico quasi sempre commettono nuovi reati violenti e spesso anche di natura sessuale. Per gli aggressori sessuali la pena detentiva non è un valido deterrente, in quanto spesso il loro gesto violento è di natura compulsiva; se però il carcere diventa il luogo della riflessione autentica sulle proprie condotte criminose, allora la pena rappresenta una opportunità, spesso la prima, quasi sempre l’unica, per iniziare ad affrontare i propri “demoni” e per ritornare in seno alla società più consapevoli e quindi meno pericolosi. L’introduzione di nuove misure legislative che inaspriscono le pene per i reati violenti e di natura sessuale ed introducono nuove fattispecie di reato, come ad esempio gli atti persecutori, il c.d. <em>stalking </em>(con il termine atti di stalking<em> </em>vengono definiti quegli atteggiamenti tramite i quali una persona affligge, perseguita un’altra persona con intrusioni, appostamenti, tentativi di comunicazione ripetute e indesiderate, come ad esempio lettere, telefonate, e-mail, sms, tali da provocare nella &#8220;vittima&#8221; ansia e paura, e da renderle impossibile il normale svolgimento della propria esistenza; per maggiori informazioni <a href="http://www.stalking.it/">www.stalking.it</a>) è senza dubbio un passo importante, ma forse insufficiente. Forse bisogna iniziare a considerare il rovescio della medaglia: prevenire la recidiva anche attraverso il trattamento degli autori di crimini sessuali, attraverso la realizzazione di un apparato di presa in carico terapeutica dell’autore di crimini sessuali che preveda per gli operatori interventi di sensibilizzazione, informazione e formazione e per i condannati la strutturazione di percorsi trattamentali che nascano nel contesto intramurario ma che proseguano successivamente sul territorio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Gli interventi trattamentali rivolti ai c.d. <em>sexual offenders</em> si possono configurare come un esempio di prevenzione terziaria, in quanto mirano essenzialmente a prevenire la recidiva mediante l’offerta terapeutica inserita all’interno di una rete di misure di controllo sociale. In molti paesi è stata scelta già da tempo la soluzione del trattamento giudiziariamente imposto, non solo al momento dell’esecuzione penale, come condizione per accedere alla liberazione condizionale, ma addirittura ancora prima dell’emanazione della sentenza, come provvedimento alternativo alla custodia cautelare.<span id="more-100"></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Un esempio in tal senso ce lo fornisce la vicina Francia dove, in casi particolarmente gravi, l’ingiunzione terapeutica è già predisposta nella fase del giudizio. Il nuovo istituto della “presa in carico socio-giudiziaria”(il c.d. s<em>uivi socio-judiciaire</em></span>)<span style="font-size:10pt;"> dell’autore di abusi sessuali prevede una sanzione penale autonoma nel caso di non adempimento, a pena espiata da parte del condannato, dell’obbligo di cura, disposta da un medico su delega del giudice che ha comminato la pena. In Belgio, in modo analogo al Canada, si è approntato un sistema di intervento coordinato in rete tra operatori del trattamento in carcere e servizi socio-psicologici territoriali, al fine di attuare una presa in carico globale di colui che ha commesso atti sessuali contro i minori. L’obbligo della cura è previsto allorquando il detenuto, condannato per tali condotte, richieda l’applicazione di misure alternative, la cui concessione e il cui mantenimento sono condizionati all’effettiva adesione al percorso trattamentale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">In alcuni Paesi anglosassoni si dibatte sull’efficacia dei trattamenti imposti, in cui non si terrebbe conto dell’importanza, al fine di un esito positivo degli stessi, della motivazione dell’interessato. Un altro aspetto problematico è la qualità più o meno intrusiva di questi trattamenti (ci si riferisce ad esempio a certe terapie avversive o ai trattamenti farmacologici), soprattutto allorquando è previsto l’obbligo della cura. Nel nostro paese l’inevitabile incostituzionalità di misure analoghe già permetterebbe l’esclusione tutti gli interventi che non tengano conto di inderogabili imperativi etici e deontologici come il rispetto della dignità della persona, il consenso informato e la riservatezza e stimolerebbe, al contempo, una riflessione costruttiva sulla possibile e doverosa risposta alla domanda di tutela della collettività in un settore che, come quello dei reati sessuali, più facilmente si presta o al totale disimpegno o alla richiesta di interventi “drastici” che poco hanno a che fare con la nostra cultura tradizionalmente garantista.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Occorre premettere che il trattamento del delinquente sessuale comporta notevoli difficoltà sia per la complessità caratterizzante il comportamento sessualmente deviante dal punto di vista fenomenologico ed eziologico, sia a seguito della scarsa se non inesistente motivazione da parte del suo autore a farsi aiutare. Per certi aspetti, quali la difficoltà nel riconoscere il problema ed il mostrare una reale volontà di affrontarlo collaborando attivamente con gli operatori, l’atteggiamento dell’autore di reati sessuali ricorda quello tipico del tossicodipendente; non a caso il modello trattamentale di prevenzione della recidiva (la c.d. <em>relapse prevention</em>)<em> </em>per autori di reati sessuali deriva da quello originariamente sviluppato per rafforzare le abilità di autogestione dei tossicodipendenti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Concetti quali la prevenzione della recidiva, la gestione del rischio e, quindi, la difesa sociale, sono alla base della scelta di tutte le legislazioni che hanno introdotto il trattamento sotto costrizione dei delinquenti sessuali. Una costrizione che, per la nostra cultura raffinatamente garantista, appare come un attentato al principio di auto-determinazione del condannato, e più in generale di libero arbitrio dell’individuo, forse ancor più quando viene applicata come condizione essenziale per l’accesso alla libertà. Il dilemma è notevole ma si può tentare di risolverlo analizzando i principi che presiedono agli interventi trattamentali maggiormente condivisi dalla comunità scientifica internazionale, in base ai quali si sono effettuate le scelte operative e si sono adeguati i contesti istituzionali nei Paesi che, prima del nostro, hanno fatto la scelta di prevedere per questi rei, accanto alla punizione, una strutturata rete di servizi di cura, di presa in carico e di controllo sul territorio. Nella prospettiva della difesa della comunità ma anche del recupero alla dignità di soggetti altrimenti difficilmente reintegrabili nel contesto sociale e, laddove possibile, di una ricostruzione dei legami socio-famigliari lacerati dalle condotte sessuali devianti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">La pratica clinica nord-americana conferma che una parte significativa di devianti sessuali può affrontare un trattamento e trarne beneficio e che spesso esso viene richiesto esplicitamente dall&#8217;interessato. Tuttavia, molti di questi soggetti rimangono assai resistenti agli approcci curativi: basti pensare a quelle personalità devianti <strong>egosintoniche </strong>per nulla disposte a separarsi dal proprio sintomo. E&#8217; tipico di questi detenuti ricorrere a meccanismi di negazione e minimizzazione dei propri agiti devianti e della propria responsabilità riguardo ai fatti abusivi. Da ciò consegue il principio che non tutti gli autori di reati sessuali possono essere trattati. In questi Paesi gli aggressori sessuali vengono considerati trattabili solo in seguito ad un accurato percorso diagnostico, per evitare di dilapidare risorse professionali, patrimoniali ed intellettuali in interventi che non produrranno effetti. Uno dei criteri principali di ammissione ai programmi di trattamento è costituito da un livello minimo di riconoscimento dei fatti devianti e della propria responsabilità da parte del condannato. Un intervento specifico di gruppo sui condannati negatori viene talvolta tentato, ma solo in chiave pre-trattamentale. Un altro criterio è l’esclusione da ogni trattamento degli autori dei reati più gravi, come la pedofilia sadica e perversa dove<span> </span>l’atto sessuale culmina nell’umiliare, nel procurare dolore fisico e, anche se molto più raramente, nel sopprimere la piccola vittima.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">L’altro principio ispiratore degli approcci trattamentali più consolidati nel continente nord-americano, e più di recente in alcuni Paesi europei è che <span>in nessun caso il trattamento deve considerarsi un sostituto della pena</span>. La misura penale è necessaria e deve essere pronunciata ed applicata, predisponendo le condizioni e le modalità per il trattamento, nei casi in cui è possibile.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Tale principio è accompagnato però dalla consapevolezza che la cura non è rivolta a una categoria penale, ma ad un&#8217;entità patologica definita. In caso contrario, si rischierebbe di focalizzare il trattamento sull&#8217;atto criminale, dando l&#8217;impressione che l&#8217;intervento terapeutico cessi di essere destinato alla persona. Il sistema penale e gli operatori del trattamento devono cooperare per mantenere la motivazione al cambiamento degli aggressori sessuali, spesso così resistenti.  Dunque, collaborazione e concertazione non si pongono in funzione alternativa tra pena e intervento trattamentale, ma costituiscono un continuum tra sentenza, pena e trattamento.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Un altro aspetto fondamentale riguarda l&#8217;assenza ribadita di soluzioni miracolistiche, ovvero in questi programmi<em> </em>non vi è alcuna pretesa di guarigione dei devianti sessuali. E&#8217; illuminante, in tal senso, questa citazione di J.Aubut, psichiatra dell&#8217;Istituto Pinel di Montréal in Canada: <span style="font-size:10pt;">&#8220;I delinquenti sessuali sono alle prese con delle difficoltà che toccano diverse sfere della loro vita e ciò in modo cronico. Proprio come in ben altre patologie, come l&#8217;alcoolismo o il diabete per esempio, dove<span> </span>non si ha guarigione, ma possono aversi delle remissioni. Il delinquente sessuale non deve mai considerarsi al riparo da una caduta o ricaduta. Deve imparare a gestire la sua patologia sessuale ed anche a migliorare la sua qualità di vita. Dovrà accettare certi handicap e soprattutto stendere il lutto sulla sua onnipotenza.&#8221;</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Il trattamento, quindi, può aiutare questi soggetti a controllare e prevenire i propri impulsi sessuali devianti e ad individuare le strategie più opportune per prevenire la recidiva. Gli autori di reati sessuali in trattamento vengono continuamente prevenuti sul fatto che possono avere delle ricadute: anzi, il riconoscere ed il confermare la ripetizione delle fantasie devianti da parte dei pazienti viene considerato dai terapeuti in termini di valorizzazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Aubut J. e coll.<span><span style="font-style:normal;" lang="FR">(1993)</span><span>. <em>Les agresseurs sexuels, théorie, évaluation et traitement.</em> </span><span style="font-style:normal;" lang="FR">Les éditions de la Chenelière, Montréal.</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Ciappi S., Palmucci V., Toccafondi I., Scala P. (2006). <em><span>Aggressori sessuali. Dal carcere alla società ; ipotesi e strategie di intervento. </span></em><span lang="FR">Giuffré, Milano.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Palmucci V., Traverso G.B</span><span style="font-style:normal;">: La valutazione del delinquente sessuale nelle esperienze di ricerca e di intervento in campo internazionale</span><span style="font-style:normal;">, <em>Rivista Italiana di Criminologia</em>, fascicolo n. 1-2 dell’anno 2004</span></p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/aresitalia.wordpress.com/100/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/aresitalia.wordpress.com/100/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/aresitalia.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/aresitalia.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/aresitalia.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/aresitalia.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/aresitalia.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/aresitalia.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/aresitalia.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/aresitalia.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/aresitalia.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/aresitalia.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/aresitalia.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/aresitalia.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/aresitalia.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/aresitalia.wordpress.com/100/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=100&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>La nuova punitività</title>
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		<pubDate>Fri, 23 May 2008 09:39:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aresitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La nuova punitività Gestione dei conflitti e governo dell&#8217;insicurezza Silvio Ciappi Qualcosa è cambiato nel panorama delle politiche globali della criminalità. Negli ultimi anni sono nate nuove parole d&#8217;ordine, nuovi slogan, sono saltate agli occhi dell&#8217;opinione pubblica forme di criminalità emergenti e nuovi criminali. Per questo sono nati anche nuovi modi di intervenire e di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=95&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/05/piatto-ciappiweb.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-96" src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2008/05/piatto-ciappiweb.jpg?w=510" alt="copertina libro" hspace="5" vspace="5"   align="left" /></a><strong>La nuova punitività</strong><br />
Gestione dei conflitti e governo dell&#8217;insicurezza<br />
<em>Silvio Ciappi</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Qualcosa è cambiato nel panorama delle politiche globali della criminalità. Negli ultimi anni sono nate nuove parole d&#8217;ordine, nuovi slogan, sono saltate agli occhi dell&#8217;opinione pubblica forme di criminalità emergenti e nuovi criminali. Per questo sono nati anche nuovi modi di intervenire e di intendere la criminalità, la giustizia e la sicurezza dei cittadini.<br />
Cercare di capire cosa funzione all&#8217;interno delle attuali politiche criminali  è l&#8217;obiettivo di questo volume il quale mostra luci e ombre delle singole filosofie d&#8217;intervento: dalle strategie di tolleranza zero alle politiche di prevenzione, dai progetti di sicurezza urbana alle metodologie attuariali, dalle tecniche di prevenzione situazionale ai più recenti modelli di giustizia riparativa.<br />
Il volume si muove all&#8217;interno di un&#8217;ottica descrittiva illustrando approfonditamente le varie tecniche di politica criminale e giudiziaria, tramite il riferimento sia alle esperienze italiane che alle pratiche internazionali. Descrivere tali tecniche di politica criminale significa essenzialmente discutere i risultati dei processi di valutazione effettuati sull&#8217;efficacia (intesa generalmente  come riduzione  della criminalità sia  nel breve che nel lungo periodo) delle politiche criminali e giudiziarie.<br />
All&#8217;ottica descrittiva si aggiungono riflessioni critiche circa la nuova punitività che diviene metafora non solo di un modo diverso di intendere la criminalità e i criminali, ma anche di un mondo che cambia velocemente rimescolando vecchi <em>cliché</em>s e antiche abitudini concettuali.</span></p>
<p align="right">Rubbettino Editore<br />
Febbraio 2008<br />
pagine 210<br />
Euro 14</p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/aresitalia.wordpress.com/95/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/aresitalia.wordpress.com/95/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/aresitalia.wordpress.com/95/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/aresitalia.wordpress.com/95/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/aresitalia.wordpress.com/95/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/aresitalia.wordpress.com/95/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/aresitalia.wordpress.com/95/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/aresitalia.wordpress.com/95/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/aresitalia.wordpress.com/95/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/aresitalia.wordpress.com/95/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/aresitalia.wordpress.com/95/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/aresitalia.wordpress.com/95/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/aresitalia.wordpress.com/95/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/aresitalia.wordpress.com/95/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/aresitalia.wordpress.com/95/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/aresitalia.wordpress.com/95/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=95&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La costruzione del ghetto: strategie di sopravvivenza</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 21:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aresitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[La costruzione del ghetto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Silvio Ciappi &#8220;Le vecchie categorie interpretative sono tutte saltate. Così, ad esempio, non è più possibile pensare in termini di «individuo», un concetto che per molti aspetti ha rappresentato il perno della modernità, pur dando adito ad altre definizioni e concettualizzazioni. Allo stesso modo, la nozione di libertà non è più attuale. Mi sembra [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=92&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvio Ciappi</strong></p>
<p><img src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2007/06/nomadi.jpg?w=510" alt="Nomadi" /></p>
<p align="justify"><em>&#8220;Le vecchie categorie interpretative sono tutte saltate. Così, ad esempio, non è più possibile pensare in termini di «individuo», un concetto che per molti aspetti ha rappresentato il perno della modernità, pur dando adito ad altre definizioni e concettualizzazioni. Allo stesso modo, la nozione di libertà non è più attuale. Mi sembra infatti importante sottolineare che, ora come ora, siamo più «pensati» di quello che noi pensiamo e siamo più «agiti» di quello che agiamo: questa constatazione definisce la mia concezione di quello che chiamo tribalismo: porre l’attenzione sull’esistenza di una dimensione di confusione, di contaminazione… Sempre in questa direzione, riprendendo la teoria sociologica di Gabriel Tarde, si può porre l’accento sulle leggi dell’imitazione: un fenomeno che appare in tutta la sua evidenza nella moda. Ciò che emerge in tutte le dinamiche sociali e culturali è infatti la consapevolezza che, intellettualmente parlando, non esisto che nel e attraverso lo spirito dell’altro, mettendo così in gioco altre categorie rispetto a quelle tradizionali di individuo e libertà. La caratteristica fondamentale del pensiero che chiamiamo «comunitario» è che il gruppo – ad esempio, la famiglia o il piccolo gruppo giovanile – viene prima dell’individuo. E mi pare di rilevare una sorta di ritorno diffuso a questa prospettiva.&#8221;</em> Michel Maffesoli</p>
<p align="justify"><strong>Neotribalismo</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">«La comunità ci manca perché ci manca la sicurezza, elemento fondamentale per una vita felice, ma che il mondo è sempre meno in grado di offrirci e sempre più riluttante a promettere… l’insicurezza attanaglia tutti noi, immersi come siamo in un impalpabile e imprevedibile mondo fatto di liberalizzazione, flessibilità, competitività ed endemica incertezza, ma ciascuno di noi consuma la propria ansia da solo, vivendola come un problema individuale, il risultato di fallimenti personali e una sfida alle doti e capacità individuali» (Bauman, 2003). E ancora: «E così cerchiamo di trovare rimedio ai disagi dell’incertezza nella ricerca di sicurezza, vale a dire nell’integrità del nostro corpo e di tutte le sue estensioni e baluardi: la nostra casa, i nostri beni, il quartiere in cui viviamo. E nel fare ciò, cresce in noi la diffidenza nei confronti di quanti ci circondano, e in particolare degli estranei. Gli estranei sono l’incarnazione stessa dell’insicurezza e di conseguenza impersonificano l’incertezza che tormenta la nostra vita. Da un certo punto di vista, bizzarro quanto perverso, la loro presenza è rinfrancante, perfino, rassicurante: le nostre paure soffuse e frammentate, difficili da inquadrare e definire, hanno ora un bersaglio concreto su cui focalizzarsi; ora sappiamo dove cova il pericolo e non è più necessario attendere a capo chino i colpi che il destino ci riserva. Finalmente possiamo fare qualcosa.<br />
È difficile (e alla fin fine avvilente) doversi preoccupare di minacce che non possiamo chiamare per nome, e tantomeno rintuzzare» (Bauman, 2003).<br />
Ritengo che il desiderio di comunità, d’accordo con Bauman e Maffesoli, rappresenti oggi più di ieri il motivo principale per il quale siamo costretti a cedere quote della nostra individualità. In questo senso la voglia di comunità impegna il nostro io sociale all’interno di micro/meso organizzazioni capaci di rispondere all’esigenza di fornirci un’identità collettiva e di porci al riparo dalle contaminazioni di altre comunità (linguistiche, religiose, sociali ecc.).<span id="more-92"></span><br />
Numerose inchieste condotte dai media sui nuovi modi di aggregazione giovanile hanno rilevato che il desiderio di costituzione di microcollettività giovanili prevale su quello di inserirsi in collettività più ampie. Non sorprendono neanche le maggiori e più pressanti richieste di legge e ordine che provengono dal mondo giovanile, in particolare la renaissance di atteggiamenti xenofobi da parte di frange non più marginali. La richiesta di un maggior contenimento del fenomeno migratorio appare in sintonia con il desiderio dei giovani a uniformarsi in piccole comunità di riferimento, e con la paura di non rimanere schiacciati da un mondo e da culture globali, sinonimo di incertezza e insicurezza.<br />
Un altro autore che sul tema della comunità e della sicurezza ha contribuito fortemente è Michel Maffesoli. L’autore di Il tempo delle tribù e di Del nomadismo, che si autodefinisce un «sociologo del quotidiano», ha iniziato col delineare due idee fondamentali alla base della sua teoria: da un lato la «conoscenza ordinaria», rispetto a cui il compito dell’intellettuale è di «messa in forma», di esplicitazione, di «porre domande»; dall’altro una sorta di riabilitazione dell’intuizione come mezzo di conoscenza e come motore della creazione intellettuale, scientifica e artistica.<br />
In quest’epoca che molti sociologi hanno definito «postmoderna» assistiamo infatti a un’inversione di polarità: da una concezione della tecnica e della scienza come mezzo di razionalizzazione dell’esistenza, si è giunti a quello che Maffesoli definisce un «reincantamento del mondo», che, paradossalmente, avviene proprio grazie alla tecnologia, e in particolare grazie alla tecnologia digitale: tra i vari esempi che si possono portare a sostegno di questa tesi forse il più calzante è quello di Guerre stellari, una storia che, sostanzialmente, ripropone in chiave fantascientifica le saghe dei cavalieri medievali.<br />
Questo processo è il risultato di una crisi epocale della razionalità scientifica  che ha caratterizzato il XIX e in parte il XX secolo. Secondo Maffesoli, un’ondata di emozionalità pervade la nostra società: c’è sempre più bisogno di grandi eventi collettivi, in cui, condividendo emozioni, si instaura una «comunicazione simbolica» che fonda il legame sociale: dal <em>Gay Pride</em> alle Olimpiadi, dalle manifestazioni di Seattle alla morte di Lady Diana, fino alla <em>Love Parade</em> e ai <em>rave party</em>.<br />
Naturalmente l’emozionalità  e i grandi eventi collettivi sono sempre esistiti, ma, mentre nell’epoca moderna erano stigmatizzati negativamente e nettamente contrapposti alla tecnologia, adesso entrano in congiunzione con essa, che anzi contribuisce a stimolarli. La postmodernità sarebbe quindi caratterizzata da una sorta di sinergia tra tecnologia e arcaismo (in cui rientrano ovviamente i concetti cari al sociologo francese di neotribalismo e nomadismo culturale).<br />
Al «sociale» inteso come organizzazione razionale, cui corrisponde una diffusione del sapere verticale, dall’alto (Stato, istituzioni) al basso, si contrappone così la «socialità», ovvero il ritorno dell’immaginario, del ludico, del fantastico, dell’onirico, del bisogno di «stare insieme», cui corrispondono forme di comunicazione «orizzontali», come internet (ecco quindi negata anche l’unitarietà della società, a favore di una struttura reticolare in cui si intrecciano diversi gruppi). Anche in questo caso la prospettiva è radicale: non si tratta più di concepire la tecnologia come progresso, ma di usarla anche per convivere con gli aspetti arcaici e barbarici che sono in noi, e che vengono non solo accettati ma addirittura esaltati (si pensi a tatuaggi, al <em>piercing </em>e all’esplosione del cosiddetto «etnico» nel campo della moda, del <em>design</em>, della gastronomia e della musica).<br />
Secondo il sociologo Michel Maffesoli, <strong>la modernità è defunta: siamo entrati nel tempo delle tribù</strong> e questa tribalizzazione del mondo non è affatto una moda effimera venduta da una multinazionale del divertimento. Essa indica in realtà il «ritorno alla normalità»: le ideologie moderne, che credevano di poter ridurre la persona a individuo calcolatore, il legame sociale a contratto razionale e la storia a progresso in marcia, non esercitano più il loro <em>appeal</em>. Lo spessore degli avvenimenti e della nostra via quotidiana, contraddice questa ideologia dominante. «Certo», nota Maffesoli, «si può starsene silenziosi su quel che disturba e non si capisce. Taluni lo fanno con successo, e spesso accademici, giornalisti e uomini politici preferiscono discutere o chiacchierare su argomenti scontati con idee totalmente preconcette. Resta il fatto che la realtà empirica è lì, inaggirabile, e lascia sbigottiti coloro che non hanno saputo cambiare idea per tempo» (Maffesoli, 2004).<br />
Per comprendere la realtà della quale parla Michel Maffesoli, basta guardarsi attorno e porsi una semplice domanda: qual è il punto comune fra la <em>Love Parade</em> di Berlino (un milione di persone per le strade ogni anno), i <em>rave party</em> clandestini, il funerale di Lady D (quattro milioni di «pellegrini», 800 milioni di telespettatori), la moltiplicazione di sette e nuovi movimenti religiosi, la vittoria della nazionale francese di calcio nella finale della Coppa del mondo (il più grande raduno sugli Champs-Élysées dopo la liberazione di Parigi), il formarsi di villaggi privati che si occupano da soli della propria sicurezza, l’etnicizzazione dei quartieri nelle grandi città, la proliferazione delle credenze parallele (astrologia, divinazioni, saggezze orientali rimodellate), la disseminazione delle mode musicali e degli stili di abbigliamento, il ritorno alle comunità parallele nelle case occupate, i sistemi di scambio locale o le cooperative di agricoltura biologica, la ricorrente ribellione delle città e delle regioni contro le ultime vestigia dello Stato centralizzato? Tutti questi fenomeni rimandano, sostiene Maffesoli, a un modello non moderno, ma arcaico, di socializzazione: il relazionale prevale sul razionale, l’affettivo sul cognitivo, il gruppo sull’individuo, l’immaginario sul calcolo, il locale sul globale.<br />
Veniamo al concetto di comunità. Lo Stato, comunità <em>par excellence</em>, non è né una collezione di cittadini che si immedesimano nei princìpi astratti di una repubblica né una somma di consumatori che calcolano i costi e i benefici delle proprie azioni. Questo vecchio modello meccanicistico e contrattualistico ignora la realtà organica del legame sociale: gli individui isolati esistono soltanto nelle teorie.<br />
La vita quotidiana è un movimento permanente di attrazione e repulsione, di contagio e fusione, di empatia e prossemia, di simbiosi e metamorfosi: l’individuo non soltanto eredita e trasmette appartenenze collettive che gli preesistono, ma si impegna a sua volta in comunità elettive che forgiano la sua esperienza del mondo. Nasce allora la persona (che in latino vuol dire «maschera»), che si riveste delle molteplici identità che definiscono l’esuberanza della vita sociale, la diversità del mondo e il politeismo dei valori.<br />
Se la morale del dover essere è stata e rimane una delle ossessioni del pensiero moderno, le società postmoderne si organizzano sempre più spesso attorno all’estetica. Ne sono testimonianza il culto del corpo e la cura della natura, il successo dello sport e la ricerca dei divertimenti, l’importanza della moda e la preponderanza delle immagini, la messinscena della sensibilità e il primato dell’emotività, il gusto degli exploit e il piacere dei viaggi. Al predominio della regola che impone un’identità e un comportamento fa dunque seguito la prevalenza dello stile che consente un’identificazione e una partecipazione. Questo fenomeno articolato attorno al desiderio e al piacere non si riduce allo svaccamento edonistico di una generazione ricca che non ha conosciuto la guerra, come spesso la critica reazionaria deplora: «Lo stile della vita», sottolinea Maffesoli, «non è una cosa oziosa, perché è proprio quel che determina il rapporto con gli altri: dalla semplice socievolezza (cortesia, rituali, galateo, prossimità…) alla più complessa socialità (memoria collettiva, simbologia, immaginario sociale)».<br />
Le tribù postmoderne non hanno certamente tutte un’immagine positiva, soprattutto da quando i media, i mercati o i ministeri della cultura hanno pensato di strumentalizzarne alcune a proprio vantaggio. Quel che più conta è che il fenomeno della tribalizzazione non sempre esclude la massificazione alla quale lo si vorrebbe contrapporre.<br />
Comunità e masse, insiste anzi Michel Maffesoli, esistono solo quando condividono immagini, stili, forme proprie: «Effimere o durature, spregevoli o ammirevoli, discrete o assordanti, isolate o immense, queste identità collettive emergenti contribuiscono a formare, per la maggior parte, una comunità estetica fondata sul gusto, sulla passione, sulla forma, sull’apparenza, sull’ammirazione.<br />
E sul sacrificio dell’individuo al gruppo. Questa estetica suscita infatti a sua volta un’etica, cioè una morale “senza obblighi né sanzioni”; senza alcun altro obbligo all’infuori di quello di aggregarsi, di essere membro del corpo collettivo, senza altra sanzione all’infuori di quella di essere escluso se cessa l’interesse (lat. <em>inter-esse</em>) che mi collega al gruppo» (Maffesoli, 2004).<br />
Un simile insieme di valori e attitudini condivisi non ha ovviamente nulla a che vedere con la morale nel senso in cui la intendeva la modernità: la morale è universale, applicabile in ogni luogo e in ogni tempo; l’etica invece è particolare, talvolta momentanea; fonda una comunità e viene elaborata a partire da un determinato territorio, reale o simbolico che sia. Insomma un potente desiderio di inventarsi riti e miti per conferire all’esistenza un senso che vada al di là della chiusura individuale.</span></p>
<p align="justify"><strong>Il tempo della postmodernità.</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Il tempo della postmodernità segna anche una differente concezione del tempo. È un ritorno al «tempo immobile» degli antichi (il tempo non inteso come «successione di eventi», <em>chronos </em>ma come «eterno presente», <em>aion</em>), quell’istante eterno che Michel Maffesoli descrive in uno dei suoi saggi più recenti: «In contrasto con un tempo lineare e progressivo che diventa rapidamente omogeneo ed esteriore, il tempo vissuto socialmente e individualmente è quello della ripetizione, della circolarità» (Maffesoli 2000). Ne è testimonianza la catastrofe dell’idea di progresso, che esigeva che il presente fosse interpretato esclusivamente alla luce di un futuro concepito come «miglioramento» o «ottimizzazione»: queste belle promesse, sempre tradite, non fanno più sognare. Gli uomini, incapaci di credere nell’avvenire e spesso privati del ricordo del passato, vogliono ormai vivere nel presente, accettare il gioco del mondo, o il mondo come gioco. Maffesoli fa notare che «la vita come gioco è una sorta di accettazione del mondo così com’è. Cioè anche di un mondo marchiato dal sigillo dell’effimero. È tipico del destino integrare e vivere l’idea della morte imminente, dell’incompiutezza e della precarietà di chiunque e di qualunque cosa». Sebbene la parola sia bandita dalle officine mediali del divertimento e dalle università statali del decerebramento, è proprio il tragico a essere di nuovo in opera: lo spirito del tempo ha abbandonato i piani della provvidenza per ascoltare le muse del destino.<br />
Nella città contemporanea, luogo di solitudine e di anonimato, si manifestano anticorpi e strategie sociali di sopravvivenza nei confronti della generale omologazione e dispersione individualistica.<br />
Strategie immediate e spontanee che vedono i giovani in prima linea in questa sperimentazione creativa. Così alle analisi catastrofiste che pensano a «deserti urbani» è più realistico sostituire altre interpretazioni, del resto sostenute anche da ricerche sul campo, per le quali la città è una successione di territori dove gli individui, in modo più o meno effimero si radicano, si raccolgono, cercano riparo e sicurezza. E ancora: «Quando parlo di “etica dell’estetica” è per opporla alla vecchia “morale del politico”. Io distinguo nettamente tra morale ed etica, tra politica ed etica. La morale è infatti razionale, universale, viene intesa come applicabile in ogni luogo e a qualunque tempo. Viceversa, l’etica, come si evince dalla sua radice etimologica ethos, è il cemento, il legame nel suo significato più elementare: tiene una comunità così come il cemento tiene le pietre. Ed è in questa chiave che oggi trionfa il multiforme, ovvero il «provare/sentire insieme qualcosa» che è poi l’<em>esthesis</em>. Così l’arte, l’ascoltare una certa musica o, addirittura, guardare programmi alla televisione o andare allo stadio o a un concerto sono alcuni aspetti di questo nuovo sentimento sociale post-razionalistico. In altre parole, oggi si vive in funzione di un gruppo, di una realtà corale, di una comunità» (Maffesoli, 2004).<br />
Questa rivalorizzazione dello spazio, del localismo si correla alla diffusione di nuovi ambiti di socialità, che si qualificano come insiemi più ristretti e circoscritti rispetto alle tradizionali forme di aggregazione (parrocchia, strutture di partito e sindacali ecc.). La spazialità urbana risulta oggi tendenzialmente segnata e attraversata da una pluralità di micro-gruppi, giovanili ma non solo, che si costituiscono: a partire dal sentimento di appartenenza, in funzione di un’etica specifica, nel quadro di un reticolo di comunicazione. Ogni aggregazione ha così un mito, ovvero una storia che ogni gruppo si racconta, e si costruisce un proprio rituale. Ovvero un meccanismo, basato sulla reiterazione di comportamenti ripetitivi e di attenzione alle piccole cose e al minuscolo, attraverso il quale si sente di partecipare allo spirito collettivo, alleviando quindi ansie e angosce esistenziali. Ma questi gruppi, nota Maffesoli, accentuando ciò che è vicino (persone o luoghi), tendono a chiudersi su di sé. La fedeltà al gruppo e il dovere di aiuto reciproco induce all’esclusivismo e, in certi casi estremi (quando la debolezza produce chiusura su se stessi e aggressività, come nel caso di alcune bande giovanili), alla violenza nei confronti di altri gruppi considerati antagonisti o semplicemente disturbanti, nonché all’emarginazione se non eliminazione di essi. Fra questi normalmente rientrano gli stranieri immigrati, i nomadi, i barboni… «L’intrusione dell’estraneità – osserva Michel Maffesoli – può fungere da anamnesi: ricorda a un corpo sociale che tendeva a dimenticarsene come esso sia strutturalmente eterogeneo; anche se per facilità aveva mostrato una tendenza a ricondurre tutto all’unità» (Maffesoli, 2004).<br />
In realtà il principio vitale di ogni realtà è nella molteplicità e la coesione sociale, più che come unità, va vista invece come unicità, ovvero convivenza di elementi diversi. Il tema della diversità quindi può essere assunto come filo rosso per rivisitare la storia generale e le storie specifiche dei vari territori. Una comunità può quindi interrogarsi sulla capacità ereditata dal passato di giostrarsi tra separazione e apertura, radicamento e cosmopolitismo, perché è nella capacità di riuscire ad alternare e a bilanciare questi due antagonismi, ambedue essenziali, che una comunità può evolvere e crescere creativamente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Bauman Z. (2003), <em>Voglia di comunità, </em>Laterza, Bari-Roma.<br />
Maffesoli M. (2000), <em>Del nomadismo. Per una sociologia dell&#8217;erranza</em>, Farnco Angeli, Milano.<br />
Maffesoli M. (2004), <em>Il tempo delle tribù. Il declino dell&#8217;individualismo nelle società postmoderne</em>, Guerini Studio, Milano.</span></p>
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		<title>La costruzione del ghetto: città e politiche sicuritarie</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2007 20:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aresitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[La costruzione del ghetto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Silvio Ciappi La nuova morfologia urbana, unitamente a un idem sentire de re commune, ha generato politiche di protezione dalla delinquenza e, soprattutto, dalla delinquenza di strada: «Il senso di comunità più forte lo si ritrova probabilmente in quei gruppi che vedono minacciate le basi della loro esistenza collettiva e che per tale motivo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=89&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvio Ciappi</strong></p>
<p><img src="http://aresitalia.files.wordpress.com/2007/06/graffito_gr.jpg?w=510" alt="graffito_gr.jpg" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">La nuova morfologia urbana, unitamente a un <em>idem sentire de re commune</em>, ha generato politiche di protezione dalla delinquenza e, soprattutto, dalla delinquenza di strada: «Il senso di comunità più forte lo si ritrova probabilmente in quei gruppi che vedono minacciate le basi della loro esistenza collettiva e che per tale motivo erigono una comunità di identità che infonde un forte senso di forza e resistenza. Vedendosi incapace di controllare le relazioni sociali in cui si trova a vivere, la gente riduce il mondo alla dimensione delle proprie comunità e agisce politicamente su tale base. Il risultato, fin troppo spesso, è un ossessivo particolarismo come modo di far fronte o superare la situazione» (Weeks 2000).<br />
Credo che sul tema della sicurezza un’importante chiave di lettura sia quella offerta ancora una volta da Bauman: «La sicurezza, come tutti gli altri aspetti della vita umana in un mondo sempre più individualizzato e privatizzato è una questione da risolvere col sistema “fai da te”. La “difesa del luogo”, vista come condizione necessaria della sicurezza nel suo complesso è una questione da risolvere a livello di comunità. Laddove lo Stato ha fallito riuscirà la comunità, la comunità locale, la comunità “materiale”, fisicamente tangibile, una comunità impersonificata in un territorio  abitato dai propri membri e da nessun altro (nessuno che “non faccia parte di noi”), a proiettare il senso di “sicurezza” che il mondo nel suo complesso cospira palesemente a distruggere?» (Bauman 2003).<br />
La visione della comunità caratterizzata dalla chiusura sociale e dall’insicurezza tende oltremodo ad annullare – secondo l’analisi baumiana che riprende la distinzione di Alain Touraine (1997) tra <strong>multiculturalismo </strong>(inteso come rispetto per le libertà di scelta culturali) e <strong>multicomunitarismo </strong>(caratterizzato dalla fedeltà degli individui alle regole dell’appartenenza comunitaria) – l’idea di tolleranza culturale, o meglio l’idea stessa di cultura. La cultura diviene «sinonimo di fortezza assediata» (Bauman 2003), cultura è il linguaggio che si parla nelle diverse comunità, distanti e isolate le une dalle altre e quindi si isolano, che comunicano tra loro solo sporadicamente.<br />
L’idea di sicurezza diviene ciò che separa «noi» da «loro». La «nostra» cultura dalla «loro» cultura. L’erigere, come afferma Bauman, collettività fortificate in nome della sicurezza certo non aiuta a ricreare un’idea di società.<span id="more-89"></span><br />
Ecco che l’accento comunitaristico sulla sicurezza si indirizza sulle zone di non diritto, geograficamente concentrate sui quartieri popolari, ribattezzati quartieri «sensibili», dove si muove per lo più la piccola delinquenza di strada. Questa focalizzazione trasmette un’idea precisa di «pericolosità sociale», che rievoca l’equazione ideologica <strong>classi popolari = classi pericolose</strong> in voga alla fine del XIX secolo.<br />
La riattivazione di questi modelli deriva da pseudo-scienze criminologiche, psico-sociologiche e/o poliziesche, in cui gli spazi di emarginazione diventano «zone di non diritto», che rimetterebbero in discussione il modello politico dominante e il suo sistema di valori, per dar vita a enclave di tipo comunitario o mafioso. Gli adolescenti che abitano in queste zone avrebbero quindi fatto la «scelta» più facile, razionale e durevole di un sistema di valori «criminali» contro quello dei valori «convenzionali», imperniato sul lavoro. Mescolando fatti tanto eterogenei come il furto d’auto, il danneggiamento di una cassetta delle lettere, lo spaccio di droga e la maleducazione, questi discorsi allarmisti ignorano consapevolmente le cause sociali dei fenomeni. Resuscitano un’ideologia neoconservatrice centrata sulla presunta incapacità delle famiglie popolari di fornire un quadro educativo di riferimento ai loro figli (Bonelli 2001).<br />
All’interno di questo panorama i problemi a carattere sociali scompaiono. La parola «problema» soprattutto se affiancata all’attributo «sociale» viene progressivamente ignorata dagli amministratori locali, dalle agende dei politici, dalla cassa di risonanza dei media e in ultima battuta dalle preoccupazioni dei cittadini. Come dire, scompare il desiderio progressista di una prevenzione strutturale e si afferma l’ideologia forte di law and order: le preoccupazioni socio-culturali o di salute pubblica sono prese in considerazione solo nella misura in cui concorrono al mantenimento di una certa forma di pace sociale. L’equazione «giovani in difficoltà sociali, economiche o professionali» = «controllo poliziesco» è sempre più in voga, soprattutto se i giovani sono immigrati. I quartieri «in pericolo» divengono «quartieri pericolosi».<br />
<strong> L’equazione classi pericolose = quartieri pericolosi è alla base della cosiddetta dottrina della tolleranza zero</strong>. Il Manhattan Institute, una delle più accreditate <em>think tank</em> della nuova destra americana, veicolava già nei primi anni Ottanta la teoria del «vetro rotto», formulata da James Q. Wilson e George Kelling. Secondo questa teoria, mai verificata empiricamente, si sosteneva che per far rifluire la criminalità urbana è in primo luogo indispensabile rispondere fermamente, colpo su colpo, ai piccoli disordini quotidiani e soprattutto alle inciviltà urbane. I due sostenevano che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto è lecito.<br />
In una città, problemi di minore importanza, come <strong>i graffiti, il disordine pubblico e la mendicità aggressiva</strong>, a quanto scrivono i due studiosi, <strong>sono l’equivalente delle finestre rotte, ossia inviti a commettere crimini più gravi</strong>.<br />
Usata come alibi per placare le paure delle classi medio-alte (quelle con una maggiore propensione al voto, almeno nel sistema statunitense), questa tesi nel 1993 si trasformò rapidamente nel cavallo di battaglia vincente di Rudolph Giuliani nella corsa a sindaco di New York, divenendo successivamente il cardine per una nuova politica criminale riguardante l’ordine pubblico. «C’era una assuefazione alle offese quotidiane: usare le strade come bagni pubblici all’aperto, danneggiare le proprietà pubbliche, usare qualsiasi spazio disponibile, dai muri ai vagoni della metropolitana, per le proprie presunte creazioni artistiche, era un’abitudine collettiva. Così anche i reati più gravi diventavano un evento con il quale convivere passivamente. Appena eletto, Giuliani fece uscire dagli uffici tutti i poliziotti della città di cui lui era il capo. Negli uffici rimasero solo impiegati civili e un numero molto piccolo di poliziotti-impiegati. Tutti gli altri furono mandati a pattugliare le strade per rendere visibile la presenza della legge. La legalità divenne un valore assoluto: le infrazioni minori come sporcare i muri, orinare agli angoli delle strade, non pagare il biglietto della metropolitana, parcheggiare ovunque furono represse con la stessa decisione riservata ai reati gravi» (De Giorgi 2000). In cinque anni il budget della polizia di New York fu aumentato del 40%, raggiungendo la cifra complessiva di 2,6 miliardi di dollari, un importo superiore di ben quattro volte agli stanziamenti concessi agli ospedali pubblici, e venne reclutato un vero e proprio esercito di 12 mila poliziotti, che portò nel 1999 gli effettivi totali a più di 46.000 uomini. Per William Bratton, il nuovo capo della polizia municipale, a New York il nemico sono i senzatetto che ai semafori si avvicinano alle automobili per lavare i vetri, simbolo vergognoso del declino sociale e morale della città, i piccoli spacciatori di droga, le prostitute, i mendicanti, i vagabondi, i writer. La «tolleranza zero all’atto pratico si è tradotta in molestia permanente ai danni dei giovani neri o degli immigrati in strada, in arresti massicci e spesso abusivi nei quartieri poveri, nell’intasamento dei tribunali, nella continua crescita della popolazione sotto chiave e in un clima di aperta sfiducia e ostilità fra la polizia e i newyorkesi neri o <em>latinos</em>.<br />
In questo senso l’appello alla sicurezza e a città più sicure, e in special modo l’appello a politiche di tolleranza zero, nasconde in realtà l’interesse neoconservatore a una drastica riduzione dell’impiego di fondi per le politiche di welfare e a un inasprimento delle politiche penali e penitenziarie a carattere repressivo. «Negli Stati Uniti l’apparato carcerario ha assunto un ruolo centrale nel governo della miseria, al crocevia fra il mercato del lavoro dequalificato, i ghetti urbani e i servizi sociali riformati per supportare la disciplina della condizione salariale desocializzata» (Wacquant 2000). Loïc Wacquant riassume la rivoluzione neoconservatrice degli ultimi 20 anni nella formula <strong>«declino dello Stato economico, diminuzione dello Stato sociale e glorificazione dello Stato penale»</strong>. Il preteso liberalismo neoconservatore vuole una società libera, ossia liberale e non interventista “in alto”, in particolare in materia fiscale e per quanto riguarda l’uso della forza lavoro, e intrusiva e intollerante “in basso”, cioè nei confronti dei comportamenti pubblici degli appartenenti alle classi subalterne presi nella morsa della disoccupazione e della precarietà da un lato, del declino della protezione sociale e dei servizi pubblici dall’altro.<br />
È interessante l’analisi di Bonelli (2001), secondo cui l’evoluzione del paradigma securitario sarebbe dovuta all’<em>escalation</em> della violenza e della criminalità minorile tra i giovani dei quartieri popolari.<br />
Per tutti gli anni Ottanta e Novanta, si sono moltiplicate le prese di posizione sul tema del disagio urbano, della criminalità minorile, del sentimento d’insicurezza, con uomini politici che si specializzano e costruiscono la propria carriera sul tema dell’insicurezza. Attraverso la rivendicazione di una sorta di competenza particolare in materia, contribuiranno a spoliticizzare a poco a poco un dibattito che, negli anni Settanta, opponeva ancora una destra garante della «sicurezza» a una sinistra paladina della «libertà»: politici di ogni sorta, trovandosi d’accordo sulla natura del problema, sulla diagnosi e sulle soluzioni da apportare, hanno teso ad annullare le passate divergenze e a produrre un consenso – a cui i media daranno ampiamente eco nel corso degli anni– sulla lotta contro forme di criminalità nei confronti delle quali è possibile intervenire. Nascono in molti paesi europei associazioni di controllo del crimine di vario genere, dal sistema di vigilanza del quartiere (neighbourhood watch) e di pattuglia delle strade alle forme di aiuto e sostegno alle vittime della criminalità. La richiesta crescente di forze di polizia comunitaria si spiega con il fatto che queste permettono di conciliare i desideri apparentemente contraddittori di sicurezza privata e di aggregazione collettiva: la paura del crimine, a lungo considerata un ostacolo all’azione collettiva perché provocava un ripiegamento generale sul proprio universo e sulle proprie paure, diviene, fittiziamente, un motore di integrazione sociale e di rinnovamento civico: la «comunità» fa sentire la propria voce, controllando ed escludendo tutti coloro non ritenuti degni o capaci di farne parte.<br />
Il termine comunità diviene concetto <em>prêt-à-porter</em>, utile a promuovere indifferentemente la repressione delle gang di strada, le giurisdizioni «terapeutiche» (tribunali per crimini di droga, per la violenza coniugale, per i minori), le pattuglie, la detenzione di massa e le misure alternative. La flessibilità del concetto di polizia comunitaria viene usata dalle amministrazioni cittadine per dare risposta contemporaneamente alle richieste più contraddittorie. Il nuovo paradigma securitario vuole che più che dalla ridistribuzione, la sicurezza urbana sia garantita dalla repressione. In molti proclami politici si afferma che non è più sufficiente pensare al mantenimento dell’ordine come compito esclusivo della polizia, e che, quindi, quest’ultima debba agire nel quadro più ampio del governo comunitario.<br />
Parole che vengono spesso confermate dall’entità dei bilanci annuali della polizia municipale, spesso di gran lunga superiore a quello delle altre istituzioni cittadine: in questo modo finiscono per convivere allegramente controllo di polizia e qualità della vita. Possiamo tuttavia interrogarci sul significato di un’evoluzione sociale e di una politica che mettono i programmi di polizia comunitaria al centro della vita democratica. Gli investimenti destinati al mantenimento dell’ordine hanno portato a un calo dei finanziamenti di programmi di protezione sociale di tipo redistributivo e di tipo welfaristico. Prendiamo gli Stati Uniti ad esempio. Man mano che lo Stato stanziava miliardi di dollari per finanziare la sua macchina repressiva, ha contemporaneamente delegato al settore privato le sue reti di servizi sociali e alla polizia le funzioni di tutore della vita pubblica. D’accordo con Wacquant ritengo che la promozione della polizia ad agente di integrazione sociale segna un’evoluzione inquietante verso una società in cui la diffidenza, il sospetto e la paura sembrano essere le forze trainanti della politica e della cultura.<br />
Così come è concepita – come un modello di rinnovamento della vita civile, come attuatore della qualità della vita comunitaria – rappresenta la forma più involuta e perversa di democrazia. Gli americani, che non vanno più come una volta a giocare a bowling in gruppo, pattugliano insieme con entusiasmo le strade dei propri quartieri. Ma è davvero questo il tipo di «comunità» di cui hanno bisogno? (Klinenberg 2001)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Bauman Z. (2003), <em>Voglia di comunità</em>, Laterza, Bari-Roma.<br />
Bonelli L. (2001), <em>La paura, lucrosa rendita della politica</em>, &#8220;Le Monde Diplomatique/Il Manifesto&#8221;.<br />
De Giorgi A. (2000), <em>Zero Tolleranza. Strategie e pratiche della società di controllo</em>, DeriveApprodi, Roma.<br />
Klinenberg E. (2001), <em>L&#8217;ossessione della sicurezza. </em> <em>Polizia, vigilantes, giustizia, </em>&#8220;Le Monde Diplomatique&#8221;.<br />
Touraine A. (1997),<em> Les conditions de la communication interculturelle. Faux et vrai problèmes</em>,  Vieviorka M. (dir) &#8220;Une societé fragmentée? Le multiculturalisme en debat&#8221;, La Découverte, Paris.<br />
Wacquant L. (2000), <em>Parola d&#8217;ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale</em>, Feltrinelli, Milano.<br />
Weeks J. (2000), <em>Making Sexual History</em>, Cambridge University Press, Cambridge.</span></p>
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		<title>La costruzione del ghetto: nuove morfologie urbane</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jul 2007 18:51:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aresitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[La costruzione del ghetto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Silvio Ciappi Si deve a Marc Augé la coniazione della parola non-luogo che, al contrario del luogo, è uno spazio organizzato ma non costituisce riferimento identitario per nessuno. Per dirla in altre parole, sono dei non-luoghi gli aeroporti, i centri commerciali, le autostrade, le stazioni, i villaggi turistici. Tutti ci passano, ma normalmente nessuno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=87&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvio Ciappi</strong></p>
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<p align="justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Si deve a Marc Augé la coniazione della parola non-luogo che, al contrario del luogo, è uno spazio organizzato ma non costituisce riferimento identitario per nessuno. Per dirla in altre parole, sono dei non-luoghi gli aeroporti, i centri commerciali, le autostrade, le stazioni, i villaggi turistici. Tutti ci passano, ma normalmente nessuno ci abita. Augé analizzano le città postmoderne del Nord del mondo in cui si afferma un processo di defisicizzazione o virtualizzazione della polis, delle sue funzioni e dei suoi abitanti. Assistiamo così, secondo Augé, alla massiccia proliferazione di non-luoghi (caratterizzati dal fatto di non fornire identità, di non essere storici, di non essere relazionali) frutto di tre eccessi tipici dell’età contemporanea (eccesso di informazione, di immagini, di individualizzazione). Alla casa come dimora si oppone il transito; alla piazza che sorge da un crocevia si oppone lo svincolo (che serve per evitarsi); al monumento che storicizza e pone un punto di aggregazione si oppone l’insediamento commerciale periferico; al viaggiatore si oppone il passeggero.<br />
Da qui nuove identità (o meglio non-identità) costruite sulla contrattualità solitaria, sullo spaesamento, sul non piuttosto che sul con. È certo, comunque, che all’interno di una filosofia urbana centrata sulla proliferazione di non luoghi cambia di segno anche il conflitto sociale e muta, radicalmente, il senso della relazione sociale, il contratto di solidarietà tra umani. Nelle società post-industriali i non-luoghi costituiscono le nuove «località centrali» che generano nuove periferie e nuovi ghetti. Magari sfavillanti e lussuosi ma sempre ghetti. Come Disneyland, a cui Augé ha dedicato del resto un saggio uscito nel 1999. L’esempio disneyano non è altro che il risultato più estremo della «messa in finzione», cioè di quel processo di «spettacolarizzazione» che caratterizza la nostra epoca.<br />
Anche i sogni di vacanza in mete lontane approdano a questa estetica che poi diviene etica del non-luogo. Non serve, afferma Augé, partire soli all’avventura fuori da ogni rotta: basterebbe essere coscienti di quello che ci viene venduto e valutare con un minimo di senso critico. Ma come adeguare questo «ritrovamento del viaggio» ai quindici giorni o al mese di ferie annuali? Come ricorda Augé, paradossalmente forse quelli che il reddito condanna a non allontanarsi troppo sono i più attenti alla poesia del viaggio. Altri partono invece verso mete esotiche «per far provvista di sole e di immagini, e si espongono nel migliore dei casi, a trovare solo ciò che si aspettavano» (Augé 1999), si riempiono di pseudo-ricordi, che nella maggior parte dei casi rimangono confusi, privi di nome e di sfondo, per un sovraccarico di immagini in un tempo troppo breve. I lavori di Augé sono particolarmente significativi perché mettono l’accento su una nuova concezione della morfologia urbana e sociale.<span id="more-87"></span><br />
Il concetto di non-luogo è uno degli strumenti più significativi del mutamento della morfologia urbana contemporanea, perché precisa il peso reale di quella area indistinta che viene generalmente definita con i termini di area metropolitana, <em>hinterland</em>, <em>banlieue</em>, <em>metropolitan fringe</em>, che mettono in risalto un aspetto residuale di luogo derivato e marginale. Sono queste le zone dove si riscontra il numero più elevato di disoccupati e dove si concentra la popolazione degli immigrati. Queste periferie sono talvolta considerate modelli di anti-urbanismo, in tutti i vari significati del termine.<br />
La <em>banlieue </em>rappresenta poco più dell’orrore indicibile: una porzione della città da saltare a piè pari in aereo o automobile, sperando di non sbagliare l’uscita della <em>freeway</em>, come in tanti film americani.<br />
Del resto, la composizione sociale di molte periferie rispecchia perfettamente le nuove componenti demografiche: gli individui provengono da particolari quartieri, definiti in via di sviluppo sociale; la maggior parte dei cognomi tradisce un’origine immigrata (dall’Italia o dall’estero) e la schiacciante maggioranza di questi immigrati è spesso costituita da giovani tra i 12 e i 32 anni, per un terzo minorenni, in netta controtendenza rispetto alla popolazione più anziana che compone il centro storico.<br />
La teorica dei non luoghi di Augé è importante perché mette l’accento su una dimensione ecologica della criminalità e, forse, su una nuova caratterizzazione antropologica. In particolare si pone l’enfasi su di una nuova fisionomia urbana della città, non più <em>polis </em>(centro strutturato di interessi, valori condivisi, commerci), non più <em>melting pot</em> (aggregato strutturato retto, almeno nell’ottica parsoniana, da un’integrazione tra i vari componenti o segmenti sociali), ma coacervo indistinto, luogo dove le identità più che formarsi si disintegrano e si sciolgono in piccole comunità di riferimento. <strong>La città contemporanea viene vissuta come perdita: di centro, di identità, di luogo; come spaesamento, emarginazione, solitudine, sradicamento; come amplificazione del divario tra l’illusione del movimento e della circolarità e il dato reale della segregazione e della omologazione; come manifestazione del contrasto sempre più impressionante tra la povertà del mondo e il supersviluppo legato all’economia di mercato</strong>. All’interno di questa ottica la città diviene il contenitore della frammentazione sociale, il luogo dove desideri e paure configgono tra loro. E la sicurezza diviene la chiave di volta del riassetto urbano.<br />
È Mike Davis a enfatizzare e studiare il tema dell’ecologia urbana della paura. L’ossessione ricorrente della propria sicurezza personale e dell’isolamento sociale è superata solo dal terrore della borghesia di pagare sempre più tasse. A fronte di una disoccupazione e di un problema della casa che toccano livelli mai eguagliati dal 1938 nella città di Los Angeles, «tutti i partiti continuano a ripetere che il bilancio deve essere pareggiato e l’assistenza ridotta. Con il rifiuto di fare nuovi investimenti pubblici per riequilibrare le condizioni sociali, noi cittadini siamo obbligati a fare investimenti privati nella sicurezza pubblica. La retorica della riforma urbana persiste, ma la sostanza è estinta. “Ricostruire L.A.” significa semplicemente rinforzare il bunker» (Davis 1993).<br />
Sul tema del bunker si innesta la metafora del ghetto, che per Wacquant costituisce una sorta di comunità delimitata spazialmente e con una forte chiusura sociale. La vita del ghetto, carcere senza mura, realizzazione pratica dell’impossibilità di creare una comunità, è contrassegnata da un’accozzaglia di destini e vite personali che non riescono ad amalgamarsi in comunità. Uomini e donne insicure per esorcizzare l’ansia e l’insicurezza personale cercano un rifugio comunitario, una comunità che diviene sinonimo di ambiente sicuro, libero non solo da ladri ma anche da estranei: «Laddove il ghetto nella sua forma classica agiva in parte da scudo protettivo contro la brutale esclusione razziale, l’iperghetto ha perso il proprio ruolo positivo di cuscinetto collettivo e si è trasformato in una letale macchina di segregazione sociale nuda e cruda» (Wacquant 1999).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;">Augé M. (1999), <em>Disneyland e altri non-luoghi</em>, Bollati Boringhieri, Torino.<br />
Davis M. (1993), <em>La città di quarzo</em>, Manifestolibri, Roma.<br />
Wacquant L. (1999), <em>How penal common sense comes to europeans: notes on the transatlantic diffusion of the neoliberal doxa</em>, &#8220;European Societies&#8221;.</span></p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/aresitalia.wordpress.com/87/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/aresitalia.wordpress.com/87/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/aresitalia.wordpress.com/87/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/aresitalia.wordpress.com/87/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/aresitalia.wordpress.com/87/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/aresitalia.wordpress.com/87/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/aresitalia.wordpress.com/87/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/aresitalia.wordpress.com/87/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/aresitalia.wordpress.com/87/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/aresitalia.wordpress.com/87/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/aresitalia.wordpress.com/87/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/aresitalia.wordpress.com/87/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/aresitalia.wordpress.com/87/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/aresitalia.wordpress.com/87/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/aresitalia.wordpress.com/87/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/aresitalia.wordpress.com/87/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=aresitalia.wordpress.com&amp;blog=279123&amp;post=87&amp;subd=aresitalia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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