La costruzione del ghetto: l’assillo della sicurezza

di Silvio Ciappi

Alphaville
Alphaville (Sao Paulo)

Una delle parole prepotentemente catapultate, a inizio millennio, sulla testa degli italiani, nei discorsi dei politici, nei progetti degli operatori sociali, nei discorsi degli intellettuali, è il termine sicurezza (o il suo contrario, insicurezza). Il vocabolo che fino a qualche anno fa rimandava a universi di significato affollati di immagini di porte blindate, videocamere a circuito chiuso, vigilanza notturna – insomma tutte cose che avevano a che fare con il tono minore e domestico dell’ordine pubblico – da qualche anno è invece assurta a metafora di un impellente bisogno di rassicurazione.
Cerchiamo di sondare il fondamento ideologico del termine, di comprenderne il suo «paradigma» o «connotazione». Il criterio dell’insicurezza (o vulnerabilità o incertezza o flessibilità), rimanda a orizzonti di significato e a parametri interpretativi mutati. Il bisogno di sicurezza è figlio della decostruzione dei miti della modernità e soprattutto della grammatica e della sintassi normativa delle architetture ideologiche classiche e positiviste. Il parametro dell’insicurezza costituisce una sorta di virus che destruttura le grammatiche scritte dello Stato e del Diritto sostituendole con le grammatologie e le narrazioni orali del Soggetto. Insomma il termine sicurezza fa perno su un ritrovato concetto di individualità, di progettualità locali a dispetto di prospettive globali, di una nuova episteme che rimette in gioco il soggetto e lo pone al riparo in un mondo disincantato, dove si sono perse le tracce delle ideologie tradizionali e dove il sentiero dell’emancipazione è affidato unicamente alle sorti dell’individualità e di comunità locali spesso impermeabili tra loro, che si compenetrano, si oppongono, si aiutano reciprocamente pur continuando a restare se stesse (cfr. Maffesoli, 1988).
Anche le scienze socio-criminologiche, alle quali devo molto in quanto criminologo – termine barbaro perché porta con sé una pletora di polimorfismi semantici – hanno ormai iniziato a cambiare statuto epistemologico: hanno smesso di indossare gli abiti del chierico traditore e di interrogarsi sui perché delle cose. L’apertura delle scienze criminali al tema dell’insicurezza ha infatti determinato la nascita di due approcci distinti. Il primo, neoconservatore, teso a trasformare le scienze criminali in tecniche o management di riduzione del rischio, in tecnica attuariale la cui finalità è lo studio dei rischi posti da determinate comunità (criminologia attuariale). Il secondo porta invece a una criminologia che riscopre il sapere etnografico, etnometodologico, qualitativo. Sotto tale approccio, l’insostenibile leggerezza dell’imponderabile, del qualitativo, del microsociologico e dell’informale narratologico ha aperto brecce interpretative inusuali (criminologia liquida).
È opinione comune che negli ultimi dieci anni siamo passati (Squires, 1999; Gilling, 1999) in molti paesi occidentali dal paradigma della prevenzione del crimine a quello della sicurezza collettiva.
Il paradigma della prevenzione vedeva innanzitutto lo Stato come ente monopolizzatore dell’ordine pubblico. L’uso della forza e delle misure di contenimento diveniva questione statale. Ragion per cui la prevenzione e repressione del crimine rientrano nelle competenze dello Stato, che investe non solo il momento della criminalizzazione primaria ma anche quello degli strumenti di prevenzione e tutela .
Negli ultimi anni, al paradigma «centralista» della prevenzione si è invece affiancato il paradigma della s i c u r e z z a. Il paradigma della sicurezza diviene modello locale, vicino alle aspettative dei cittadini e non astrattamente vincolato a politiche generali (general policies) di trasformazione dell’uomo e delle istituzioni sociali. Lo sviluppo del sicuritarismo – brutto neologismo – è dovuto anche al fallimento parziale delle politiche di welfare e di ammodernamento dei servizi assistenziali, scolastici, familiari, lavorativi, durante gli anni Ottanta.
La crisi del welfare ha anche portato a un ripensamento delle strutture penitenziarie e delle funzioni di controllo sociale del diritto penale. La funzione della penalità e la retorica del trattamento penitenziario si sono spostate gradualmente dall’ottica preventiva a quella della sicurezza. Come sostenuto da Pavarini (1995) l’obiettivo perseguito dalle agenzie di controllo sociale mira sempre di più all’implementazione di strategie di controllo su specifici gruppi sociali.
Ma non solo l’intero sistema di controllo penale è caratterizzato da un obiettivo di efficienza e di controllo sociale: «La gestione amministrativa delle pene parla ormai un’altra lingua: non più quella di punire gli individui, ma di gestire gruppi sociali in ragione del rischio criminale; non più quella correzionalistica, ma quella burocratica di come ottimizzare le risorse scarse, in cui l’efficacia dell’azione punitiva non è più in ragione dei telos esterni al sistema (educare, intimidire) ma in ragione di esigenze intrasistemiche (neutralizzare, ridurre i rischi)» (Pavarini, 1995).
Il cambiamento di paradigma ha riflessi quindi sulla gestione amministrativa della pena. Il passaggio è dalla centralità del trattamento individualizzato, fondato sull’osservazione scientifica della personalità, alla centralità della valutazione del rischio criminale (risk management) di particolari gruppi criminali. La discrezionalità della magistratura di sorveglianza nel concedere benefici è sempre più legata alla valutazione dei fattori di rischio legati all’appartenenza a determinati gruppi criminali: «Una discrezionalità… che non si illude più di fondarsi sull’osservazione scientifica della personalità… ma che àncora sempre più la propria decisione a un calcolo statistico dei rischi per popolazioni criminali e gruppi sociali devianti, piuttosto che affidarsi alla sorte nello “scommettere sull’uomo”» (Pavarini, 1994).
Non solo: il ruolo della criminologia all’interno delle agenzie di controllo è oggi in fase di mutamento. La criminologia e i criminologi operanti all’interno dei sistemi di controllo non hanno più la funzione di interpretazione delle cause che avevano nel paradigma preventivo.
La criminologia preventiva doveva di identificare modelli causali di interazione devianti, studiare le caratteristiche dell’individuo delinquente, fare del penitenziario e del delinquente i referenti empirici della ricerca. La criminologia è oggi sempre più tecnica di controllo sociale, tesa a definire modelli di gestione della criminalità finalizzati a ottimizzare l’efficienza del sistema.
Il paradigma dell’insicurezza convoglia in sé i temi più vasti dell’incertezza, della solitudine dell’uomo globale, di una modernità «liquida», in cui si sono fuse le vecchie architetture del passato e le vecchie certezze di cui esse erano rappresentazioni simboliche. Infatti da almeno una decina di anni il sapere criminologico si è aperto alle teorie del controllo sociale informale, alle teorie della deterrenza condizionale, in cui vengono enfatizzati i concetti di comunità (termine assente nell’architettura della modernità), vulnerabilità, mediazione, situazionismo. Infatti, spesso i ricercatori e gli studiosi dei problemi sociali fanno numerosi riferimenti ai teorici della postmodernità. Non si indica più nell’ente astratto, lo Stato, l’unica capacità di mantenimento, controllo e ricomposizione dell’ordine sociale, ma si affida alla comunità, al soggetto la capacità di autoregolamentarsi; non è più dall’ente astratto che discendono le norme di comportamento, ma è dal basso (dalla comunità, dal singolo, dalle collettività) che nascono nuove parole d’ordine, nuovi percorsi di integrazione e ricucitura del conflitto.
Se analizziamo, ad esempio, i risultati della ricerca internazionale sul tema, ci rendiamo conto che la dimensione della sicurezza e l’ideologia del risk management hanno contaminato gli stessi studi scientifici, creando le fondamenta della cosiddetta criminologia attuariale, ovverosia di una penologia che riesuma i vecchi concetti di classi pericolose e di pericolosità (cfr. Melossi, 2002). La rinascita delle classi pericolose va di pari passo con l’affermazione secondo la quale il successo delle politiche di integrazione e di contrasto alla violenza e al degrado urbano e sociale risiede nella possibilità di costruzione di una comunità coesa intorno a valori predefiniti. Non solo nei pionieristici lavori di Hirschi, ma anche in quelli di altri studiosi (come Braithwaite, Samson, Laub, Tittle, Logan), l’efficacia dei programmi di prevenzione del crimine sembra affidata prevalentemente a strategie comunitarie. I legami personali del soggetto con la famiglia, le comunità sociali di riferimento, il lavoro creano quello che i criminologi chiamano il «controllo sociale informale». Si reputa in sostanza che la capacità, la voglia o il semplice interesse a mantenere legami sociali e individuali soddisfacenti abbiano una maggiore efficacia deterrente della semplice minaccia legale della punizione.
Riteniamo però che il comunitarismo rappresenti l’ultima tappa d’arrivo delle teorie criminologiche e sociali e che il tempo dei formidabili ottimismi sia terminato, e che siano quindi da riscrivere i concetti di «comunità» e «società».
In sostanza sono proprio la mancanza e il bisogno di comunità chiuse il segno distintivo del nostro tempo, e comunità è sinonimo di «ambiente sicuro», di ristretto spazio o quartiere protetto da ladri e da ogni intrusione esterna, sinonimo comunque di isolamento e separazione. L’impossibilità di creare una comunità aperta genera allora il «ghetto», caratterizzato dalla politica dell’esclusione. Ghetti di lusso e sfavillanti dei ricchi quartieri del centro, ghetti poveri e violenti delle periferie urbane.

Bibliografia

Gilling D. (1997), Crime Prevention: Theory, Policy and Politics, UCL Press, London.
Maffesoli M., (1988), Il tempo delle tribù. Il declino dell’individuo, Armando Editore, Roma.
Melossi D. (2002), Stato, controllo sociale, devianza, Bruno Mondadori, Milano.
Pavarini M., (1994), «Bisogni di sicurezza e questione criminale», Rassegna Italiana di Criminologia, n. 4, 436-462.
Pavarini M., (1995), «Oltre il carcere: note critiche sui rapporti tra carcere e società civile», in Martelli A., Zurla P., a cura di, Il lavoro oltre il carcere , Franco Angeli, Milano.
Squires P. (1999), «Criminology and the community safety paradigm: safety, power and success and the limits of the local», The British Criminology Conference: Selected Proceedings, vol. 2, Brodgen, London.

La costruzione del ghetto: l’assillo della sicurezza

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