La costruzione del ghetto: evoluzione e significato del carcere

di Silvio Ciappi

Panopticon

Un altro tema affrontato da Bauman e assurto a metafora epistemologica è certamente il carcere. L’atto di incarcerazione, ovvero la forma più radicale di limitazione dello spazio, ha rappresentato un modo viscerale e istintivo di reagire alla diversità. La diversità, si afferma, si ha quando l’altro viene confinato in una situazione caratterizzata da mancanza di familiarità attraverso, ad esempio, l’imposizione di confini spaziali. Viviamo sempre di più tra persone che non conosciamo e che non conosceremo mai. È ovvio allora che quando manca la familiarità, le richieste di punizione del colpevole prevalgono sulla preoccupazione di correzione del danno. Ecco che il carcere diviene la risposta necessaria al più generale sentimento di non familiarità. Le nuove prigioni non sono un luogo coatto di disciplina, sono contenitori che assicurano la completa immobilizzazione dei nuovi esclusi, in sintonia con quanto avviene nei non-luoghi delle periferie urbane e nei quartieri dormitorio. Accanto all’espansione urbanistica delle città stiamo assistendo a un boom delle costruzioni penitenziarie e del numero di persone sottoposte ai controlli della giustizia penale. In alcune città degli Stati Uniti, ad esempio nel distretto di Anacostia di Washington DC, dove si concentra la maggior parte della popolazione povera e nera di Washington, metà dei maschi tra i 16 e 35 anni è in attesa di giudizio o in prigione, o agli arresti domiciliari o in libertà vigilata (Zucchini 1997).
Il carcere Usa non solo si è espanso e riempito, ma ha svolto una funzione di agenzia di controllo diffuso. Nei confronti di intere categorie di persone (proletariato nero e ispanico, microcriminalità femminile e minorile ecc.) si è assistito a un uso massificato del carcere basato non su un incremento dei reati, ma su considerazioni relative all’allarme sociale. Si va dal carcere di massima sicurezza, per i «nemici dello Stato», a quello puramente contenitivo, passando per i diversi gradi del «trattamento» sociale della diversità: i ghetti metropolitani, la detenzione amministrativa e preventiva, le terapie coatte in comunità, le strutture ospedaliere e psichiatriche, l’affidamento ai servizi socio-assistenziali, i sistemi diffusi di videosorveglianza e tecnosorveglianza, che hanno lo scopo di sottoporre un numero crescente di soggetti a forte controllo sociale.
E il carcere in un mondo globale si apre alle regole del mercato globale, alle speculazioni finanziarie e di borsa, non si limita unicamente a sorvegliare e punire ma diventa business: «Il tema è semplice. Le società di tipo occidentale si trovano ad affrontare due problemi principali: la ricchezza è distribuita ovunque inegualmente; così pure l’accesso al lavoro retribuito. Entrambi i problemi sono in potenza fonte di conflitti. L’industria del controllo del crimine è adatta ad affrontarli entrambi. Questa industria da una parte fornisce profitto e lavoro e dall’altra produce il controllo di coloro che altrimenti potrebbero disturbare il processo sociale» (Christie 1997).
A fianco del carcere pubblico prende piede sempre più l’istituzione di carceri privati, gestiti da aziende. Negli Stati Uniti il carcere privato è sempre esistito. Ma oggi, con l’aumento continuo della popolazione carceraria a causa del progressivo immiserimento degli strati più deboli della società, e a fronte delle sempre crescenti ondate di immigrazione dal Sud verso il Nord del mondo, le prigioni, sia pubbliche che private, negli Stati Uniti e ora anche in Europa si stanno rivelando vere e proprie miniere di forza-lavoro.
Prendiamo gli Stati Uniti. «Nel 2000, cinque società si dividevano la gestione di 120 stabilimenti di pena privati per un totale di 120 mila detenuti. Anche se il numero di imprese che dominano questo mercato si riduce in pratica a due società: la Correctional Corporation of America e la Wackenhut Corrections Corporation. La Wackenhut amministra attualmente 11 carceri, in pratica il 22% del mercato dei posti-cella affidati ai privati; inoltre ne gestisce altre due in Australia, mentre cerca di penetrare anche sui “mercati” latinoamericano, asiatico ed europeo. Nel 1999, il suo giro d’affari ammontava a 2,2 miliardi di dollari e controllava il 55% del mercato penitenziario privato non statunitense. La Correctional Corporation è invece considerata la pioniera nella costruzione e nell’amministrazione degli istituti di pena privati; sta gestendo 21 prigioni, cioè il 51% del mercato interno, soprattutto negli Stati del Sud (Texas, Tennessee, Florida, New Mexico), dove la privatizzazione delle carceri si è andata sviluppando a partire dagli anni Ottanta e oggi rappresenta un vero e proprio settore industriale con una crescita del 35% l’anno. Ma non solo: oltre ad aver stabilito rapporti anche con la Gran Bretagna e l’Australia, è disponibile a spostare le sue “aziende” oltre il confine messicano dove possono essere impiantate delle autentiche maquilladoras penitenziarie. Lo Stato dell’Arizona ha in progetto la costruzione di una prigione privata in Messico, per duemila detenuti chicanos. Quotata alla borsa di Wall Street, la Correctional Corporation rappresenta la quinta società sul mercato finanziario newyorkese. Stiamo parlando di due «multinazionali delle sbarre». (Cucchini 2002). In questa ottica appare chiaro che, se alla detenzione deve accompagnarsi anche il recupero parziale o totale del carcerato e le sue eventuali cure, il sistema privato entra in contraddizione con se stesso, poiché «rieducare» significherebbe perdere potenziale future «forza-lavoro».
La realizzazione di supercarceri non rappresenta, afferma Bauman, la versione ipertecnologica, l’incarnazione ultima del panopticon di Bentham. Quest’ultimo era concepito come una casa di lavoro disciplinato quando la mancanza di manodopera disposta a lavorare veniva considerata il principale ostacolo all’inserimento di potenziali operai in fabbrica: in sostanza, la funzione del carcere era costruire «corpi docili» che si sapessero adeguare ai ritmi del lavoro salariato.
Lo scenario attuale dei rapporti di lavoro è oggi caratterizzato dalla flessibilità e non è più importante che i lavoratori imparino l’etica «fordista» del lavoro ma che la dimentichino: «Il lavoro può diventare davvero flessibile solo se i lavoratori, quelli di oggi e di domani, perdono le abitudini apprese nel lungo addestramento quotidiano al lavoro, se perdono i turni di ogni giorno, il posto fisso e la continuità di rapporti tra colleghi; solo se si astengono dallo sviluppare capacità professionali inerenti al loro attuale lavoro e rinunciano all’alimentare morbose fantasie sui diritti e le responsabilità di un lavoro inteso come proprio» (Bauman 1998).
I sistemi di giustizia penale cercano di adeguarsi alle politiche del lavoro; se l’ideologia del panopticon era l’avviamento al lavoro, i supercarceri odierni rappresentano, afferma Bauman, le scuole del nulla: ciò che conta è che i reclusi stiano lì.
Lo stato di cose attuali è il risultato anche dell’annoso e irrisolto dibattito sull’ideologia delle pene. La questione della riabilitazione dei delinquenti rispetto al passato suscita più disinteresse che non divergenze di opinioni: magari criminologi e amministratori penitenziari continueranno a discuterne, ma i gestori del sistema penale hanno abbandonato ogni fiducia nella riabilitazione. Secondo i lavori di criminologi come Mathiesen, Christie e Clemmer sull’inutilità dello strumento carcerario e del trattamento, l’effetto del carcere è quello di prigionizzare i reclusi, ossia incoraggiarli ad assumere abitudini nettamente diverse da quelle che operano fuori dalle mura del carcere, e la prigionizzazione diviene dunque l’ostacolo maggiore alla riabilitazione e al reinserimento del delinquente.
Un altro fattore giustificativo dello stato di cose attuali, afferma Bauman, è dovuto al fatto che il carcere è divenuto un catalizzatore delle ansie e della domanda di sicurezza che proviene dall’opinione pubblica; le stesse forze politiche sanno che per vincere le loro contese elettorali devono passare attraverso le forche caudine delle nevrosi delle masse.
Il ruolo del carcere diviene importante in quanto indirizza le più ampie politiche sulla sicurezza. Sotto la voce «legge e ordine pubblico» e sotto i demagogici inviti a città più sicure, si nasconde l’inclinazione a cedere quote della propria libertà per garantirsi livelli più alti di sicurezza (Bauman 1999). La spettacolarità della punizione conta molto più della sua efficacia, che viene saggiata molto raramente e in tempi lunghi, mentre l’opinione pubblica è generalmente apatica e capace solo di brevi attenzioni.

Bibliografia

Bauman Z. (1998), Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Bari-Roma.
Bauman Z. (1999), La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano.
Christie N. (1997), Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag, Elèutera, Milano.
Cucchini R. (2002), Stati Uniti: come si uccide il diritto, “Missione Oggi”, Dossier.
Zucchini L. (1997), Ségrégation Ordinaire à Washington, “Le Monde Diplomatique”

La costruzione del ghetto: evoluzione e significato del carcere

Un pensiero su “La costruzione del ghetto: evoluzione e significato del carcere

  1. danilo ha detto:

    essendo l’Italia ormai entrata nella logica dipensiero dei neo liberisti, avendo siglato accordi in tal senso, sara’ una normale consecuenza che si cerchera’ in tutti i modi di privatizzare i carceri, cosi’ come gia’ è iniziato il processo di privatizzazione di tutto cio’ che era pubblico, passando per la deregolamentazione della costituzione e la disoccupazione di buona parte della popolazione delpaese…cosi’ saranno certi di poter imporre il nuovo reggime di neo-fascismo-imperiale, di poter disporre di una classe operaia che nn si ribellera’ piu’, perche’ sfeuttata da dentro i carceri privati che saranno di fatto delle miniere d’oro di capitalisti senza scrupolo, si veda in usa cosa accade oggi e si vedra’ l’Italia tra meno di un decennio…il nuovo ordine mondiale passapropio per la detenzione preventiva per la transcarcerazione, per lo sfruttamento di manodopera della classe carceraria, daparte di lobby spietate…nn vi ricorda qualcuno o un episodio gia’ visto nel 1938.1945 mi pare in Germania?….

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