La costruzione del ghetto: nuove morfologie urbane

di Silvio Ciappi

Eldorado_SPaolo

Si deve a Marc Augé la coniazione della parola non-luogo che, al contrario del luogo, è uno spazio organizzato ma non costituisce riferimento identitario per nessuno. Per dirla in altre parole, sono dei non-luoghi gli aeroporti, i centri commerciali, le autostrade, le stazioni, i villaggi turistici. Tutti ci passano, ma normalmente nessuno ci abita. Augé analizzano le città postmoderne del Nord del mondo in cui si afferma un processo di defisicizzazione o virtualizzazione della polis, delle sue funzioni e dei suoi abitanti. Assistiamo così, secondo Augé, alla massiccia proliferazione di non-luoghi (caratterizzati dal fatto di non fornire identità, di non essere storici, di non essere relazionali) frutto di tre eccessi tipici dell’età contemporanea (eccesso di informazione, di immagini, di individualizzazione). Alla casa come dimora si oppone il transito; alla piazza che sorge da un crocevia si oppone lo svincolo (che serve per evitarsi); al monumento che storicizza e pone un punto di aggregazione si oppone l’insediamento commerciale periferico; al viaggiatore si oppone il passeggero.
Da qui nuove identità (o meglio non-identità) costruite sulla contrattualità solitaria, sullo spaesamento, sul non piuttosto che sul con. È certo, comunque, che all’interno di una filosofia urbana centrata sulla proliferazione di non luoghi cambia di segno anche il conflitto sociale e muta, radicalmente, il senso della relazione sociale, il contratto di solidarietà tra umani. Nelle società post-industriali i non-luoghi costituiscono le nuove «località centrali» che generano nuove periferie e nuovi ghetti. Magari sfavillanti e lussuosi ma sempre ghetti. Come Disneyland, a cui Augé ha dedicato del resto un saggio uscito nel 1999. L’esempio disneyano non è altro che il risultato più estremo della «messa in finzione», cioè di quel processo di «spettacolarizzazione» che caratterizza la nostra epoca.
Anche i sogni di vacanza in mete lontane approdano a questa estetica che poi diviene etica del non-luogo. Non serve, afferma Augé, partire soli all’avventura fuori da ogni rotta: basterebbe essere coscienti di quello che ci viene venduto e valutare con un minimo di senso critico. Ma come adeguare questo «ritrovamento del viaggio» ai quindici giorni o al mese di ferie annuali? Come ricorda Augé, paradossalmente forse quelli che il reddito condanna a non allontanarsi troppo sono i più attenti alla poesia del viaggio. Altri partono invece verso mete esotiche «per far provvista di sole e di immagini, e si espongono nel migliore dei casi, a trovare solo ciò che si aspettavano» (Augé 1999), si riempiono di pseudo-ricordi, che nella maggior parte dei casi rimangono confusi, privi di nome e di sfondo, per un sovraccarico di immagini in un tempo troppo breve. I lavori di Augé sono particolarmente significativi perché mettono l’accento su una nuova concezione della morfologia urbana e sociale.
Il concetto di non-luogo è uno degli strumenti più significativi del mutamento della morfologia urbana contemporanea, perché precisa il peso reale di quella area indistinta che viene generalmente definita con i termini di area metropolitana, hinterland, banlieue, metropolitan fringe, che mettono in risalto un aspetto residuale di luogo derivato e marginale. Sono queste le zone dove si riscontra il numero più elevato di disoccupati e dove si concentra la popolazione degli immigrati. Queste periferie sono talvolta considerate modelli di anti-urbanismo, in tutti i vari significati del termine.
La banlieue rappresenta poco più dell’orrore indicibile: una porzione della città da saltare a piè pari in aereo o automobile, sperando di non sbagliare l’uscita della freeway, come in tanti film americani.
Del resto, la composizione sociale di molte periferie rispecchia perfettamente le nuove componenti demografiche: gli individui provengono da particolari quartieri, definiti in via di sviluppo sociale; la maggior parte dei cognomi tradisce un’origine immigrata (dall’Italia o dall’estero) e la schiacciante maggioranza di questi immigrati è spesso costituita da giovani tra i 12 e i 32 anni, per un terzo minorenni, in netta controtendenza rispetto alla popolazione più anziana che compone il centro storico.
La teorica dei non luoghi di Augé è importante perché mette l’accento su una dimensione ecologica della criminalità e, forse, su una nuova caratterizzazione antropologica. In particolare si pone l’enfasi su di una nuova fisionomia urbana della città, non più polis (centro strutturato di interessi, valori condivisi, commerci), non più melting pot (aggregato strutturato retto, almeno nell’ottica parsoniana, da un’integrazione tra i vari componenti o segmenti sociali), ma coacervo indistinto, luogo dove le identità più che formarsi si disintegrano e si sciolgono in piccole comunità di riferimento. La città contemporanea viene vissuta come perdita: di centro, di identità, di luogo; come spaesamento, emarginazione, solitudine, sradicamento; come amplificazione del divario tra l’illusione del movimento e della circolarità e il dato reale della segregazione e della omologazione; come manifestazione del contrasto sempre più impressionante tra la povertà del mondo e il supersviluppo legato all’economia di mercato. All’interno di questa ottica la città diviene il contenitore della frammentazione sociale, il luogo dove desideri e paure configgono tra loro. E la sicurezza diviene la chiave di volta del riassetto urbano.
È Mike Davis a enfatizzare e studiare il tema dell’ecologia urbana della paura. L’ossessione ricorrente della propria sicurezza personale e dell’isolamento sociale è superata solo dal terrore della borghesia di pagare sempre più tasse. A fronte di una disoccupazione e di un problema della casa che toccano livelli mai eguagliati dal 1938 nella città di Los Angeles, «tutti i partiti continuano a ripetere che il bilancio deve essere pareggiato e l’assistenza ridotta. Con il rifiuto di fare nuovi investimenti pubblici per riequilibrare le condizioni sociali, noi cittadini siamo obbligati a fare investimenti privati nella sicurezza pubblica. La retorica della riforma urbana persiste, ma la sostanza è estinta. “Ricostruire L.A.” significa semplicemente rinforzare il bunker» (Davis 1993).
Sul tema del bunker si innesta la metafora del ghetto, che per Wacquant costituisce una sorta di comunità delimitata spazialmente e con una forte chiusura sociale. La vita del ghetto, carcere senza mura, realizzazione pratica dell’impossibilità di creare una comunità, è contrassegnata da un’accozzaglia di destini e vite personali che non riescono ad amalgamarsi in comunità. Uomini e donne insicure per esorcizzare l’ansia e l’insicurezza personale cercano un rifugio comunitario, una comunità che diviene sinonimo di ambiente sicuro, libero non solo da ladri ma anche da estranei: «Laddove il ghetto nella sua forma classica agiva in parte da scudo protettivo contro la brutale esclusione razziale, l’iperghetto ha perso il proprio ruolo positivo di cuscinetto collettivo e si è trasformato in una letale macchina di segregazione sociale nuda e cruda» (Wacquant 1999).

Bibliografia

Augé M. (1999), Disneyland e altri non-luoghi, Bollati Boringhieri, Torino.
Davis M. (1993), La città di quarzo, Manifestolibri, Roma.
Wacquant L. (1999), How penal common sense comes to europeans: notes on the transatlantic diffusion of the neoliberal doxa, “European Societies”.

La costruzione del ghetto: nuove morfologie urbane

5 pensieri su “La costruzione del ghetto: nuove morfologie urbane

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