La costruzione del ghetto: città e politiche sicuritarie

di Silvio Ciappi

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La nuova morfologia urbana, unitamente a un idem sentire de re commune, ha generato politiche di protezione dalla delinquenza e, soprattutto, dalla delinquenza di strada: «Il senso di comunità più forte lo si ritrova probabilmente in quei gruppi che vedono minacciate le basi della loro esistenza collettiva e che per tale motivo erigono una comunità di identità che infonde un forte senso di forza e resistenza. Vedendosi incapace di controllare le relazioni sociali in cui si trova a vivere, la gente riduce il mondo alla dimensione delle proprie comunità e agisce politicamente su tale base. Il risultato, fin troppo spesso, è un ossessivo particolarismo come modo di far fronte o superare la situazione» (Weeks 2000).
Credo che sul tema della sicurezza un’importante chiave di lettura sia quella offerta ancora una volta da Bauman: «La sicurezza, come tutti gli altri aspetti della vita umana in un mondo sempre più individualizzato e privatizzato è una questione da risolvere col sistema “fai da te”. La “difesa del luogo”, vista come condizione necessaria della sicurezza nel suo complesso è una questione da risolvere a livello di comunità. Laddove lo Stato ha fallito riuscirà la comunità, la comunità locale, la comunità “materiale”, fisicamente tangibile, una comunità impersonificata in un territorio abitato dai propri membri e da nessun altro (nessuno che “non faccia parte di noi”), a proiettare il senso di “sicurezza” che il mondo nel suo complesso cospira palesemente a distruggere?» (Bauman 2003).
La visione della comunità caratterizzata dalla chiusura sociale e dall’insicurezza tende oltremodo ad annullare – secondo l’analisi baumiana che riprende la distinzione di Alain Touraine (1997) tra multiculturalismo (inteso come rispetto per le libertà di scelta culturali) e multicomunitarismo (caratterizzato dalla fedeltà degli individui alle regole dell’appartenenza comunitaria) – l’idea di tolleranza culturale, o meglio l’idea stessa di cultura. La cultura diviene «sinonimo di fortezza assediata» (Bauman 2003), cultura è il linguaggio che si parla nelle diverse comunità, distanti e isolate le une dalle altre e quindi si isolano, che comunicano tra loro solo sporadicamente.
L’idea di sicurezza diviene ciò che separa «noi» da «loro». La «nostra» cultura dalla «loro» cultura. L’erigere, come afferma Bauman, collettività fortificate in nome della sicurezza certo non aiuta a ricreare un’idea di società.
Ecco che l’accento comunitaristico sulla sicurezza si indirizza sulle zone di non diritto, geograficamente concentrate sui quartieri popolari, ribattezzati quartieri «sensibili», dove si muove per lo più la piccola delinquenza di strada. Questa focalizzazione trasmette un’idea precisa di «pericolosità sociale», che rievoca l’equazione ideologica classi popolari = classi pericolose in voga alla fine del XIX secolo.
La riattivazione di questi modelli deriva da pseudo-scienze criminologiche, psico-sociologiche e/o poliziesche, in cui gli spazi di emarginazione diventano «zone di non diritto», che rimetterebbero in discussione il modello politico dominante e il suo sistema di valori, per dar vita a enclave di tipo comunitario o mafioso. Gli adolescenti che abitano in queste zone avrebbero quindi fatto la «scelta» più facile, razionale e durevole di un sistema di valori «criminali» contro quello dei valori «convenzionali», imperniato sul lavoro. Mescolando fatti tanto eterogenei come il furto d’auto, il danneggiamento di una cassetta delle lettere, lo spaccio di droga e la maleducazione, questi discorsi allarmisti ignorano consapevolmente le cause sociali dei fenomeni. Resuscitano un’ideologia neoconservatrice centrata sulla presunta incapacità delle famiglie popolari di fornire un quadro educativo di riferimento ai loro figli (Bonelli 2001).
All’interno di questo panorama i problemi a carattere sociali scompaiono. La parola «problema» soprattutto se affiancata all’attributo «sociale» viene progressivamente ignorata dagli amministratori locali, dalle agende dei politici, dalla cassa di risonanza dei media e in ultima battuta dalle preoccupazioni dei cittadini. Come dire, scompare il desiderio progressista di una prevenzione strutturale e si afferma l’ideologia forte di law and order: le preoccupazioni socio-culturali o di salute pubblica sono prese in considerazione solo nella misura in cui concorrono al mantenimento di una certa forma di pace sociale. L’equazione «giovani in difficoltà sociali, economiche o professionali» = «controllo poliziesco» è sempre più in voga, soprattutto se i giovani sono immigrati. I quartieri «in pericolo» divengono «quartieri pericolosi».
L’equazione classi pericolose = quartieri pericolosi è alla base della cosiddetta dottrina della tolleranza zero. Il Manhattan Institute, una delle più accreditate think tank della nuova destra americana, veicolava già nei primi anni Ottanta la teoria del «vetro rotto», formulata da James Q. Wilson e George Kelling. Secondo questa teoria, mai verificata empiricamente, si sosteneva che per far rifluire la criminalità urbana è in primo luogo indispensabile rispondere fermamente, colpo su colpo, ai piccoli disordini quotidiani e soprattutto alle inciviltà urbane. I due sostenevano che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto è lecito.
In una città, problemi di minore importanza, come i graffiti, il disordine pubblico e la mendicità aggressiva, a quanto scrivono i due studiosi, sono l’equivalente delle finestre rotte, ossia inviti a commettere crimini più gravi.
Usata come alibi per placare le paure delle classi medio-alte (quelle con una maggiore propensione al voto, almeno nel sistema statunitense), questa tesi nel 1993 si trasformò rapidamente nel cavallo di battaglia vincente di Rudolph Giuliani nella corsa a sindaco di New York, divenendo successivamente il cardine per una nuova politica criminale riguardante l’ordine pubblico. «C’era una assuefazione alle offese quotidiane: usare le strade come bagni pubblici all’aperto, danneggiare le proprietà pubbliche, usare qualsiasi spazio disponibile, dai muri ai vagoni della metropolitana, per le proprie presunte creazioni artistiche, era un’abitudine collettiva. Così anche i reati più gravi diventavano un evento con il quale convivere passivamente. Appena eletto, Giuliani fece uscire dagli uffici tutti i poliziotti della città di cui lui era il capo. Negli uffici rimasero solo impiegati civili e un numero molto piccolo di poliziotti-impiegati. Tutti gli altri furono mandati a pattugliare le strade per rendere visibile la presenza della legge. La legalità divenne un valore assoluto: le infrazioni minori come sporcare i muri, orinare agli angoli delle strade, non pagare il biglietto della metropolitana, parcheggiare ovunque furono represse con la stessa decisione riservata ai reati gravi» (De Giorgi 2000). In cinque anni il budget della polizia di New York fu aumentato del 40%, raggiungendo la cifra complessiva di 2,6 miliardi di dollari, un importo superiore di ben quattro volte agli stanziamenti concessi agli ospedali pubblici, e venne reclutato un vero e proprio esercito di 12 mila poliziotti, che portò nel 1999 gli effettivi totali a più di 46.000 uomini. Per William Bratton, il nuovo capo della polizia municipale, a New York il nemico sono i senzatetto che ai semafori si avvicinano alle automobili per lavare i vetri, simbolo vergognoso del declino sociale e morale della città, i piccoli spacciatori di droga, le prostitute, i mendicanti, i vagabondi, i writer. La «tolleranza zero all’atto pratico si è tradotta in molestia permanente ai danni dei giovani neri o degli immigrati in strada, in arresti massicci e spesso abusivi nei quartieri poveri, nell’intasamento dei tribunali, nella continua crescita della popolazione sotto chiave e in un clima di aperta sfiducia e ostilità fra la polizia e i newyorkesi neri o latinos.
In questo senso l’appello alla sicurezza e a città più sicure, e in special modo l’appello a politiche di tolleranza zero, nasconde in realtà l’interesse neoconservatore a una drastica riduzione dell’impiego di fondi per le politiche di welfare e a un inasprimento delle politiche penali e penitenziarie a carattere repressivo. «Negli Stati Uniti l’apparato carcerario ha assunto un ruolo centrale nel governo della miseria, al crocevia fra il mercato del lavoro dequalificato, i ghetti urbani e i servizi sociali riformati per supportare la disciplina della condizione salariale desocializzata» (Wacquant 2000). Loïc Wacquant riassume la rivoluzione neoconservatrice degli ultimi 20 anni nella formula «declino dello Stato economico, diminuzione dello Stato sociale e glorificazione dello Stato penale». Il preteso liberalismo neoconservatore vuole una società libera, ossia liberale e non interventista “in alto”, in particolare in materia fiscale e per quanto riguarda l’uso della forza lavoro, e intrusiva e intollerante “in basso”, cioè nei confronti dei comportamenti pubblici degli appartenenti alle classi subalterne presi nella morsa della disoccupazione e della precarietà da un lato, del declino della protezione sociale e dei servizi pubblici dall’altro.
È interessante l’analisi di Bonelli (2001), secondo cui l’evoluzione del paradigma securitario sarebbe dovuta all’escalation della violenza e della criminalità minorile tra i giovani dei quartieri popolari.
Per tutti gli anni Ottanta e Novanta, si sono moltiplicate le prese di posizione sul tema del disagio urbano, della criminalità minorile, del sentimento d’insicurezza, con uomini politici che si specializzano e costruiscono la propria carriera sul tema dell’insicurezza. Attraverso la rivendicazione di una sorta di competenza particolare in materia, contribuiranno a spoliticizzare a poco a poco un dibattito che, negli anni Settanta, opponeva ancora una destra garante della «sicurezza» a una sinistra paladina della «libertà»: politici di ogni sorta, trovandosi d’accordo sulla natura del problema, sulla diagnosi e sulle soluzioni da apportare, hanno teso ad annullare le passate divergenze e a produrre un consenso – a cui i media daranno ampiamente eco nel corso degli anni– sulla lotta contro forme di criminalità nei confronti delle quali è possibile intervenire. Nascono in molti paesi europei associazioni di controllo del crimine di vario genere, dal sistema di vigilanza del quartiere (neighbourhood watch) e di pattuglia delle strade alle forme di aiuto e sostegno alle vittime della criminalità. La richiesta crescente di forze di polizia comunitaria si spiega con il fatto che queste permettono di conciliare i desideri apparentemente contraddittori di sicurezza privata e di aggregazione collettiva: la paura del crimine, a lungo considerata un ostacolo all’azione collettiva perché provocava un ripiegamento generale sul proprio universo e sulle proprie paure, diviene, fittiziamente, un motore di integrazione sociale e di rinnovamento civico: la «comunità» fa sentire la propria voce, controllando ed escludendo tutti coloro non ritenuti degni o capaci di farne parte.
Il termine comunità diviene concetto prêt-à-porter, utile a promuovere indifferentemente la repressione delle gang di strada, le giurisdizioni «terapeutiche» (tribunali per crimini di droga, per la violenza coniugale, per i minori), le pattuglie, la detenzione di massa e le misure alternative. La flessibilità del concetto di polizia comunitaria viene usata dalle amministrazioni cittadine per dare risposta contemporaneamente alle richieste più contraddittorie. Il nuovo paradigma securitario vuole che più che dalla ridistribuzione, la sicurezza urbana sia garantita dalla repressione. In molti proclami politici si afferma che non è più sufficiente pensare al mantenimento dell’ordine come compito esclusivo della polizia, e che, quindi, quest’ultima debba agire nel quadro più ampio del governo comunitario.
Parole che vengono spesso confermate dall’entità dei bilanci annuali della polizia municipale, spesso di gran lunga superiore a quello delle altre istituzioni cittadine: in questo modo finiscono per convivere allegramente controllo di polizia e qualità della vita. Possiamo tuttavia interrogarci sul significato di un’evoluzione sociale e di una politica che mettono i programmi di polizia comunitaria al centro della vita democratica. Gli investimenti destinati al mantenimento dell’ordine hanno portato a un calo dei finanziamenti di programmi di protezione sociale di tipo redistributivo e di tipo welfaristico. Prendiamo gli Stati Uniti ad esempio. Man mano che lo Stato stanziava miliardi di dollari per finanziare la sua macchina repressiva, ha contemporaneamente delegato al settore privato le sue reti di servizi sociali e alla polizia le funzioni di tutore della vita pubblica. D’accordo con Wacquant ritengo che la promozione della polizia ad agente di integrazione sociale segna un’evoluzione inquietante verso una società in cui la diffidenza, il sospetto e la paura sembrano essere le forze trainanti della politica e della cultura.
Così come è concepita – come un modello di rinnovamento della vita civile, come attuatore della qualità della vita comunitaria – rappresenta la forma più involuta e perversa di democrazia. Gli americani, che non vanno più come una volta a giocare a bowling in gruppo, pattugliano insieme con entusiasmo le strade dei propri quartieri. Ma è davvero questo il tipo di «comunità» di cui hanno bisogno? (Klinenberg 2001)

Bibliografia

Bauman Z. (2003), Voglia di comunità, Laterza, Bari-Roma.
Bonelli L. (2001), La paura, lucrosa rendita della politica, “Le Monde Diplomatique/Il Manifesto”.
De Giorgi A. (2000), Zero Tolleranza. Strategie e pratiche della società di controllo, DeriveApprodi, Roma.
Klinenberg E. (2001), L’ossessione della sicurezza. Polizia, vigilantes, giustizia, “Le Monde Diplomatique”.
Touraine A. (1997), Les conditions de la communication interculturelle. Faux et vrai problèmes, Vieviorka M. (dir) “Une societé fragmentée? Le multiculturalisme en debat”, La Découverte, Paris.
Wacquant L. (2000), Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale, Feltrinelli, Milano.
Weeks J. (2000), Making Sexual History, Cambridge University Press, Cambridge.

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