Il grande fratello e la fortezza assediata

di Zygmunt Bauman
da La Repubblica — 03 giugno 2008

Come osservava Pierre Bourdieu più di trent’anni fa (La distinzione), i rapporti sovraordinazione/ subordinazione e la riproduzione delle divisioni e delle gerarchie sociali oggigiorno tendono sempre più a fare assegnamento sulla seduzione piuttosto che sulla regolamentazione normativa, sulla produzione dei desideri più che sulla coercizione, sulle public relation piuttosto che sulla sorveglianza. Questa fiducia, possiamo aggiungere, aumenta di pari passo con il passaggio da una “società di produttori” a una “società di consumatori”.Come tutti i modelli di ordinamento sociale, quello che sta venendo alla luce – non più costruito secondo il modello della “fabbrica fordista”, ma secondo quello di un centro commerciale, e che viene fatto funzionare attraverso i meccanismi descritti da Bourdieu – identifica in modo differente i gruppi della società che sono inadatti all’ inclusione. Invece delle “classi pericolose”, ribelli o rivoluzionarie – che puntano a neutralizzare o ad assumere il controllo dei mezzi di coercizione e a ridefinire la normativa – sono i “consumatori imperfetti” – individui e categorie di individui insensibili alla seduzione e/o incapaci di agire in base ai loro desideri per scarsità o mancanza di risorse – a essere classificati come inadatti a essere inclusi nella società (questa classificazione è appropriatamente espressa attraverso la definizione di sottoclasse = al di sotto, e dunque al di fuori, dell’ordinamento di classe). Nella loro forma originaria, ipotizzata da Jeremy Bentham e retrospettivamente indicata da Michel Foucault, i meccanismi panoptici di dominazione, miranti a immobilizzare il sorvegliato, a tenerlo al suo posto e dentro il regime comportamentale routinario, a impedirne la fuga o la deviazione, oggi si limitano e si concentrano esclusivamente sugli “inadatti” (leggi: coloro che sono insensibili ai dispositivi di controllo applicati alla maggioranza della popolazione). Destinati in passato a essere applicati universalmente (appropriati ed efficaci per i dipendenti delle fabbriche e degli uffici, per i soldati nelle caserme, gli scolari, i pazienti degli ospedali e delle cliniche per malattie mentali, i detenuti, gli indigenti negli ospizi), oggi questi meccanismi vengono utilizzati soprattutto nei luoghi di detenzione: in più, l’ enfasi posta nella dichiarata finalità della sorveglianza si è spostata dalla imposizione di una particolare routine comportamentale alla prevenzione di fughe e danni.

Come suggeriva Thomas Mathiesen, nel caso della “maggioranza”, l’applicazione della strategia della dominazione del “controllo-attraverso-la-sorveglianza” è passata dal “tutti guardano tutti”, ai “pochi che guardano tutti”, per giungere infine alla fase “tutti guardano alcuni”. Mentre si è riposto il controllo sociale nella “scatola degli attrezzi”, la coercizione esercitata attraverso la seduzione e le pubbliche relazioni (la sorveglianza popolare di divi e celebrità, di persone in vista trasformate in oggetti di ammirazione e di emulazione) ha sostituito il controllo generale da parte dei rappresentanti dell’autorità. La tendenza individuata e descritta da Mathiesen è senz’altro importante, sebbene non sia l’ unica e, probabilmente, nemmeno la principale deroga nella ininterrotta storia dell’impiego tradizionale della sorveglianza. Anche all’interno del “nocciolo duro” dell’ordine sociale rimane valido lo schema “pochi che guardano molti”: semmai, ora esso diventa più onnipresente, più sofisticato e tecnologicamente meglio attrezzato che in passato, e ha fatto ulteriori progressi sulla strada che porta alla completa liberalizzazione e privatizzazione. Cosa ancora più importante, questo schema si è rivolto verso un obiettivo radicalmente differente. La sua funzione principale e generale è quella di mantenere fuori gli outsider, gli indesiderabili, piuttosto che tenere dentro (leggi: dentro l’ area disciplinata normativamente e dentro la routine obbligatoria) gli insider (leggi: quelli già altrimenti, adeguatamente disciplinati). Possiamo dire che “Big Brother” e i suoi rappresentanti e plenipotenziari, sempre più numerosi, sono stati reimpiegati per contribuire all’esclusione e impedire il “ritorno degli esclusi” di una moltitudine in rapida crescita di categorie: immigrati sgraditi, improbabili clienti di centri commerciali, mendicanti invadenti, ospiti non invitati di comunità residenziali con accesso controllato, abitanti di banlieue e di ghetti urbani nei centri cittadini, gente a cui le banche non concedono crediti, eccetera. In poche parole, la funzione del Secondo Big Brother è quella di mantenere a tenuta stagna la linea che separa gli inadatti dagli adatti: una metafora concretizzata recentemente attraverso gli addetti alla sicurezza aeroportuale, che confiscano le bottiglie d’acqua minerale.

Il primo Big Brother manteneva gli occhi fissi sulle uscite: quelli dei suoi discendenti sono concentrati sulle entrate. La sorveglianza destinata a mantenere le entrate inaccessibili è presentata, pubblicizzata e venduta all’opinione pubblica sotto l’etichetta della loro sicurezza. Il fatto che il concetto di “sicurezza” sia definito e si manifesti principalmente in compiti come l’esclusione di tutti quelli ritenuti “inadatti” (cioè, controproducenti o semplicemente indifferenti al funzionamento senza intoppi dei meccanismi di controllo sociale attualmente impiegati) difficilmente viene dichiarato in modo esplicito negli articoli pubblicitari. Ciò nonostante, la cosa è fin troppo evidente nella pratica ed è ben facile da dedurre. Gli oggetti di una sorveglianza onnipresente e invadente sono indotti ad accettare l’ intimo collegamento tra esclusione e sicurezza e dunque ad accettare, tranquillamente e senza risentimenti, la strategia messa in atto (quindi la realtà di incursioni sempre più radicali nella nostra privacy); ad accettare di essere costantemente sotto sorveglianza; ad accettare i benefici effetti dell’esclusione, malgrado la sua bizzarria morale. Per ridurre ulteriormente la possibilità di risentimenti, le persone sono invitate a partecipare attivamente “al gioco”: per esempio, votando per allontanare gli indesiderabili dallo show del Grande Fratello. una volta diventata principalmente un mezzo di esclusione, la sorveglianza assegna contemporaneamente ai membri della società il ruolo di colpevoli e di bersagli, di carnefici e di vittime. Trasforma le sue potenziali vittime o “perdite collaterali” in suoi complici attivi o passivi o in spettatori solidali. Paradossalmente, ma con ottimi risultati, ciò fa crescere gli “interessi acquisiti” delle potenziali vittime nella perpetuazione e nell’ulteriore inasprimento della strategia di dominio del “controllo-attraverso-la-minaccia-dell’esclusione”. L’onnipresenza dei dispositivi di sorveglianza, oggi, ha raggiunto la fase in cui essa è ormai auto-sostentata e auto fecondante. La quantità e dimensione, la visibilità e l’invadenza di tali dispositivi, bastano a creare e alimentare un’ atmosfera da “fortezza assediata” e una forma mentis da emergenza permanente: che a sua volta alimenta e legittima la richiesta di un’ ulteriore, accelerata diffusione di tali dispositivi e rafforza il favore popolare per le misure promesse per accogliere tali richieste. La sorveglianza, oggi, è un “setaccio” al servizio della propria perpetuazione: un setaccio che serve a isolare i bersagli appropriati della sorveglianza (gli indesiderabili) da quelli che potrebbero/dovrebbero essere lasciati fuori (perché hanno superato il test di non indesiderabilità). Gli esclusi, tuttavia, non sono stati addestrati all’arte della autodisciplina e sono disabituati a praticarla: perciò hanno bisogno di comprare la sorveglianza per riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa della sorveglianza fornita dalla società. Da ciò deriva l’ attuale “boom della consulenza”, la domanda sempre crescente di “consulenti”, dal vivo o telematici, ma, in entrambi i casi, altrettanto disorganizzata quanto coloro che li richiedono. Il sorprendente successo del sito Facebook trae vantaggio da questa tendenza.
© Zygmunt Bauman © Domus

Il grande fratello e la fortezza assediata

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