Nemici convenienti

di Loïc Wacquant da Simbiosi Mortale, Ombre Corte, 2002

Nel 1989, per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione imprigionata negli Stati Uniti era nera. A seguito di dieci anni di “guerra alla droga”, lanciata dal governo federale come parte di una più ampia politica di 1egge e ordine”, il tasso di incarcerazione degli afroamericani è raddoppiato passando da 3.544 carcerati per 100.000 abitanti nel 1985 a 6.926 per 100.000 nel 1995: questo significa un tasso di circa sette volte superiore a quello dei loro compatrioti di pelle bianca (919 su 100.000) e più di venti volte superiore a quello registrato in Francia, in Inghilterra o in Italia.

(…) Se è vero che i neri sono diventati i “clienti” principali del sistema carcerario degli Stati Uniti, questo non è però dovuto a qualche speciale predisposizione che questa comunità manifesterebbe verso il crimine e la devianza. Al contrario ciò si verifica perché qui si intersecano tre sistemi di forze che nel loro complesso alimentano il regime di iperinflazione carceraria sperimentato dall’America nell’ultimo quarto di secolo, in seguito alla rottura del patto sociale fordista-keynesiano e alla contestazione del regime di casta da parte del movimento per i diritti civili.

Queste tre forze sono rispettivamente:

  • la dualizzazione del mercato del lavoro e la diffusione dell’impiego precario e dell’ inoccupazione nei suoi settori più dequalificati;
  • lo smantellamento delle reti di assistenza pubblica a danno dei membri più vulnerabili della società (reso a sua volta necessario dall’etnergere del lavoro salariato desocializzato);
  • la crisi del ghetto come strumento per il controllo e il confino di una popolazione stigmatizzata, estranea al corpo sociale della nazione e superflua da un punto di vista sia economico che politico (Wacquant 1998a; 1998b).

Questo porta a ritenere che, per quanto estrema, la traiettoria carceraria dei neri negli Stati Uniti sia in realtà meno unica di quanto l’abusata teoria dell’eccezionalità americana” possa farci pensare. Si potrebbe perfino ipotizzare che, se cause identiche producono le medesime conseguenze, con ogni probabilità le società dell’Europa occidentale produrranno situazioni analoghe (anche se meno pronunciate), dal momento che anche queste si avviano verso una gestione penale della povertà e della disuguaglianza, e chiedono ai propri sistemi carcerari non solo di ridurre la criminalità, ma anche di funzionare come dispositivi per la regolazione dei segmenti più dequalificati del mercato del lavoro e per il contenimento di popolazioni considerate indegne, derelitte e indesiderabili. Da questo punto di vista, stranieri e quasi-stranieri sarebbero i “neri” d’Europa.

(…) Più in generale, è ben documentato il fatto che le pratiche giudiziarie apparentemente più neutrali e di routine, a partire dalle decisioni riguardanti la detenzione preventiva, tendono a svantaggiare sistematicamente persone che sono o vengono semplicemente percepite come straniere. E la giustizia “a quaranta velocità”, per prendere a prestito l’efficace espressione usata dai giovani che risiedono nelle fatiscenti case popolari di Longwy, sa fin troppo bene come calibrare le proprie pratiche quando si tratta di arrestare, perseguire e incarcerare i residenti delle aree stigmatizzate ad alta concentrazione di disoccupati e di famiglie formatesi dalla migrazione di lavoro del dopoguerra che si sono stabilite in quei vicinati che nel gergo ufficiale vengono designati come “sensibili”. In effetti, nella vigenza delle disposizioni dei trattati di Maastricht e di Schengen, orientate ad accelerare l’integrazione giudiziaria così da assicurare l’effettiva “libertà di circolazione” dei cittadini europei, l’immigrazione è stata ridefinita dai paesi firmatari come una questione continentale (e quindi nazionale) di sicurezza, rubricata sotto lo stesso titolo della criminalità organizzata e del terrorismo, a cui è stata assimilata sotto il profilo sia discorsivo che amministrativo. È così che attraverso l’Europa le pratiche poliziesche, giudiziarie e penali convergono quanto meno per il fatto che si dispiegano con particolare diligenza nei confronti di persone dalle sembianze non europee, facilmente individuate e sottoposte all’arbitrio della polizia e del sistema giudiziario, al punto che si può parlare di un vero e proprio processo di criminalizzazione dei migranti che tende, per i suoi effetti destrutturanti e criminogenici, a (co)produrre proprio il fenomeno che si suppone debba contrastare, secondo il meccanismo ben noto della “profezia che si autoavvera” (Merton 1968). La conseguenza principale di questo processo di criminalizzazione è infatti quella di sospingere ulteriormente le popolazioni che ne sono rese oggetto nella clandestinità e nell’illegalità, e di alimentare il consolidamento di specifiche reti di socializzazione e di aiuto reciproco, oltre che di una vera e propria economia parallela sottratta a qualsiasi regolazione statale: risultato che a sua volta giustifica la particolare attenzione riservata a questi gruppi da parte delle forze dell’ordine.
Questo processo è poi rinsaldato efficacemente dai mezzi di comunicazione di massa e da politici di ogni provenienza, ansiosi di cavalcare l’ondata xenofoba che ha attraversato l’Europa a partire dalla svolta neoliberista degli anni Ottanta. Autenticamente o per puro cinismo, direttamente o indirettamente, comunque in modo sempre più superficiale, essi sono riusciti ad amalgamare insieme immigrazione, illegalità e criminalità. Inscritto continuamente nella lista nera degli indesiderabili, sospettato in anticipo se non per principio, sospinto ai margini della società e perseguitato dalle autorità con zelo irrefrenabile, lo straniero (extracomunitario) si trasforma così in un “nemico conveniente” – per riprendere l’espressione coniata da Nils Christie (1986) – al tempo stesso simbolo e destinatario di tutte le insicurezze sociali, come lo sono gli afroamericani poveri nelle grandi città degli Stati Uniti. La prigione, insieme con il marchio che essa inevitabilmente imprime, contribuisce così attivamente alla produzione di una categoria europea di “sub-bianchi” ritagliata su misura per legittimare una deriva verso la gestione penale della povertà che, attraverso un effetto “aureola”, tende poi ad applicarsi a tutti gli strati della classe operaia minacciati dalla disoccupazione di massa e dalla flessibilizzazione del lavoro, indipendentemente dalla loro nazionalità.
Da questo punto di vista, l’incarcerazione e il trattamento poliziesco e giudiziario degli stranieri e delle categorie loro assimilate (arabi e “beurs” in Francia, Indiani occidentali in Inghilterra, turchi e rom in Germania, tunisini e albanesi in Italia, africani in Belgio, surinamesi e marocchini in Olanda ecc.) costituiscono una vera e propria cartina di tornasole, una shibboleth per l’Europa (Bourdieu 1998). La loro evoluzione ci permetterà di comprendere fino a che punto l’Unione europea resisterà o invece si conformerà alla politica americana di criminalizzazione della povertà come corollario alla generalizzazione dell’insicurezza sociale e della precarietà salariale. Come il destino carcerario dei neri in America, essa ci offre un prezioso segno premonitore del modello di società e di Stato che si sta costruendo in Europa.

Nemici convenienti

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