Sex Offender: riflessioni sul senso della pena

di Valentina Palmucci

Il nostro ordinamento penitenziario prevede il trattamento quale offerta di interventi rivolti alla persona al fine di costruire con essa un percorso di rivisitazione critica del proprio vissuto, e quindi anche del reato, e di autodeterminazione al cambiamento. A tal proposito si ricorda una nota a cura dell’Ufficio Centrale della formazione e dell’aggiornamento del personale, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (1998), redatta per specificare approcci e problematiche relative alla gestione degli aggressori sessuali in carcere, dove nel constatare l’aumento negli ultimi anni di tale tipologia di detenuti si afferma sia necessario, “tenendo conto…della possibilità di individualizzazione dei programmi contemplata dalla legge penitenziaria, rendere disponibili anche per i Sex Offenders opportunità che includano, fra le altre, l’offerta di occasioni di riflessione personalizzata, vis à vis con un operatore ovvero in gruppo, da modularsi in relazione alle risorse disponibili”. Tale riflessione personalizzata, secondo la direttiva del DAP, dovrebbe essere concepita “in forma e con contenuti e finalità non dissimili da quanto caratterizza i rapporti che gli operatori dell’area psicosociopedagogica intessono quotidianamente con altri autori di reato giacché la legge non esplicita distinzioni che non siano riferibili alla intrinseca irripetibilità di ciascun soggetto e di ciascuna storia”.

Il trattamento imposto giudiziariamente non può essere assimilato al trattamento medico in quanto non è più relativo alla coppia paziente-terapeuta esistendo sempre una terza parte, rappresentata da colui che impone tale costrizione. In questa relazione triangolare vi è una zona di tensione tra il terapeuta, che mira ad alleviare le sofferenze del paziente e colui che impone il trattamento che ha il dovere di punire il delinquente e di proteggere la società. Per superare tale tensione occorre trovare un accordo tra le parti basato sulla reciproca fiducia, sul rispetto del ruolo dell’altro nella società e sugli scopi comuni che risiedono sia nell’interesse del paziente che della comunità.

Gli scopi comuni del trattamento, sui quali possono accordarsi il sistema giuridico e quello sanitario sono i seguenti:

  1. Condurre il delinquente sessuale a riconoscere pienamente la propria responsabilità nella commissione del reato;
  2. Permettere al delinquente sessuale di acquisire gli strumenti per poter controllare il proprio comportamento sessuale sempre al fine di ridurre il rischio di recidiva;
  3. Prevenire la recidiva di abusi sessuali.
  4. Anche la necessità di formulare un contratto di trattamento tra terapeuta e paziente rappresenta un prerequisito per accedere al programma. I clinici in generale sono d’accordo sul fatto che per iniziare qualsiasi programma di trattamento il delinquente sessuale deve sempre esprimere un consenso esplicito alla terapia, esattamente come avviene nella stipula di un contratto l’accordo non si perfeziona se manca l’accettazione del contraente che ha ricevuto la proposta. Quindi anche nel caso in cui il tribunale stabilisca che l’adesione al trattamento rappresenti la condizione necessaria per accedere alla libertà, restringendo notevolmente lo spazio di scelta dell’individuo, la decisione finale spetta comunque al paziente, il quale può sempre rifiutare di entrare nel programma, dopo essere stato adeguatamente informato su di esso. Il rifiuto al trattamento, in quanto scelta dell’individuo, deve essere rispettato dai terapeuti, anche se può significare una lunga pena detentiva.

    Certamente rimane il fatto che una decisione raggiunta in un contesto di costrizione come quello in cui si trova il condannato è fortemente inficiata dalla prospettiva della preclusione ai benefici di legge ed il consenso al trattamento non sarà mai veramente libero ed autonomo. Intimamente collegato al concetto di consenso, così come ai principi etici dell’autonomia e del rispetto dell’individuo, vi è quello della motivazione: solo un paziente adeguatamente motivato può trarre beneficio da un trattamento di qualsiasi tipo, almeno a lungo termine. La motivazione al trattamento non è una caratteristica statica, ma multifattoriale e di interazione, che connota il rapporto tra paziente e terapeuta nella dimensione temporale. Nel caso del trattamento imposto al delinquente sessuale da una decisione giudiziaria c’è un livello basso di motivazione al momento iniziale del trattamento oppure tale motivazione dipende per lo più dal desiderio di accedere alle misure alternative alla detenzione e molto meno da una reale istanza di affrontare il proprio disagio legato alla sfera della sessualità. Un contributo importante in tal senso può essere apportato dal Giudice (nel nostro ordinamento dal Tribunale di Sorveglianza in quanto organo che presiede alla esecuzione della pena) il quale, se adeguatamente preparato sulle possibilità ed i limiti dei programmi terapeutici, può incidere sulla motivazione del condannato ad aderire ad un programma di trattamento per sexual offenders, presentandolo non solo come un obbligo ma soprattutto come una valida opzione. In seguito un atteggiamento positivo da parte dell’equipe formata appositamente all’interno del carcere, della quale farà parte il terapeuta, l’educatore, l’assistente sociale ed il rappresentate della polizia penitenziaria, sicuramente contribuirà allo sviluppo di un clima di fiducia e di rispetto. Il delinquente sessuale deve progredire nel trattamento da una posizione iniziale di sfida ad una di condiscendenza e, se possibile, di alleanza terapeutica. Del resto la costrizione non è sinonimo di sottomissione passiva del paziente alla terapia. Molti clinici affermano che, almeno inizialmente, un certo grado di costrizione è importante perché gran parte dei sexuals offenders entrino nel programma di trattamento, ma più il suddetto trattamento sarà soddisfacente in sé, meno sarà necessaria la costrizione; la terapia obbligatoria è una soluzione a breve termine ad un problema a lungo termine e per avere successo la relazione interpersonale fra paziente e terapeuta deve passare dal controllo alla collaborazione.

    Generalmente la presa in carico del sexual offender inizia nel momento in cui viene pronunciata sentenza di condanna, anche se in alcune realtà normative, investe addirittura la fase della custodia cautelare e, di fatto, continua anche dopo la fine della pena, in quanto la persona sa che, anche se non è obbligato per legge a farlo, può rivolgersi al personale operante nei centri esterni qualora avvertisse l’insorgere di disagi o problematiche tali da farlo sentire a rischio di recidiva. Si tratta, dunque, di un sistema strutturato che accompagna il delinquente durante l’esecuzione penale, sia intra che extra-muraria, e prevede un rientro “assistito” in seno alla comunità, mediante l’offerta di un programma di sostegno socio-terapeutico messa in atto da una équipe multidisciplinare.

    La letteratura scientifica internazionale sul tema del trattamento del c.d. sexual offender riflette l’eterogeneità dei paradigmi teorici di riferimento. I vari modelli esplicativi confluiscono in un modello eziologico multifattoriale che tiene conto di diversi fattori causali endogeni ed esogeni che ciascuna delle principali teorie (psicologiche-psicanalitiche, cognitivo-comportamentali, sistemiche) tenta di spiegare. A questi differenti approcci esplicativi corrispondono altrettante pratiche terapeutiche, tra le quali si possono individuare due principali filoni, l’uno di orientamento psicodinamico-psicanalitico e l’altro cognitivo-comportamentale. Quest’ultimo sembra essere quello maggiormente diffuso, e si fonda sul tentativo di modificare le distorsioni cognitive e le preferenze sessuali, nonché migliorare le abilità sociali, avendo come obiettivo la riduzione della recidiva del comportamento sessualmente aggressivo; è diffuso maggiormente negli Stati Uniti, in Canada, ma da qualche anno ha trovato spazio anche in Europa, in particolare in Belgio, Olanda e Inghilterra, dove tradizionalmente si è affermato il modello psicodinamico.

    Nessun approccio può pretendere di possedere la soluzione al problema della devianza sessuale, bensì ciascuno apporta un contributo prezioso e significativo alla conoscenza delle motivazioni sottostanti l’atto sessualmente aggressivo.

    La psicanalisi, ad esempio, si è interessata all’atto deviante in quanto manifestazione di una perversione ed attribuisce al comportamento delittuoso la funzione di proteggere il soggetto dalle angosce primitive e di permettergli di vivere in qualche modo la sua sessualità. Le terapie di impostazione psicanalitica-psicodinamica si rivolgono alle cause inconsce del disagio e della sofferenza e non direttamente alla modificazione del comportamento sessuale, effetto questo che passa in secondo piano negli scopi perseguiti da questo modello terapeutico.

    Al contrario l’approccio comportamentale mira essenzialmente alla riduzione della recidiva, incidendo sul comportamento sessualmente deviante attraverso anche l’utilizzo dei principi tratti dal cognitivismo, secondo il quale le distorsioni cognitive sono alla base dell’impulso aggressivo.

    In ogni caso vista la complessità e la gravità del problema, nonché l’eterogeneità del fenomeno e la specificità di ciascun individuo è importante poter disporre di un ventaglio più ampio ed più diversificato possibile di modalità di presa in carica terapeutica. Poter scegliere la più indicata per ogni singolo caso presuppone, comunque, una preliminare valutazione del soggetto e dell’atto deviante, mediante una serie di strumenti clinici, come i questionari, i test ed i colloqui, nonché statistici, quali le scale di valutazione del rischio di recidiva.

    Il nostro paese, fino ad oggi, ha scelto di prevenire il fenomeno della violenza sessuale esclusivamente con lo strumento della risposta retributiva pesante che si accompagna a sempre più raffinate capacità d’intercettazione e di incapacitazione delle condotte sessuali ai danni di minori. Ma, come si è già detto, questi autori di reato presentano specificità sul piano delle caratteristiche di personalità e della gestione della propria sessualità che richiedono interventi differenziati e mirati da prevedere nel momento esecutivo della risposta penale, sia per istanze di difesa sociale (i rischi della recidiva) che per evitare a questi soggetti supplementi di pena con effetti stigmatizzanti che bloccano ogni loro percorso evolutivo di cambiamento nel contesto attuale di detenzione, in carcere, dove vengono relegati in sezioni apposite, cosiddette “protette”.

    Questi imputati e condannati, difatti, nell’attuale contesto detentivo, vengono isolati per proteggerli dalla reattività violenta e punitiva degli altri detenuti, agita sulla base di un consolidato riferimento culturale che, purtroppo, a volte investe anche il personale non adeguatamente formato e sensibilizzato. Ciò determina condizioni di detenzione spesso svantaggiate e una disparità di trattamento nello svolgimento delle attività intramurarie lavorative e ricreative. In alcuni Istituti si è costretti, per esigenze di sicurezza. a dimezzare per i “protetti” anche le ore di aria nei cortili. Laddove poi non esistono sezioni apposite o la possibilità strutturale di istituirle, soprattutto nei piccoli Istituti, vengono improvvisate detenzioni di condannati per violenza sessuale in condizioni di isolamento quasi totale. Ciò accade per quei condannati che, per motivi di vicinanza alla propria residenza, preferiscono non chiedere trasferimenti in strutture più capienti e adeguate.

    Ulteriore conseguenza di questa situazione è il rinforzo di uno stigma negativo, che in tale regime di separazione detentiva permette il riprodursi della tendenza, tipica di molti devianti sessuali, a rinchiudersi in un vissuto di isolamento che ne accentua le inattitudini alla vita di relazione. La detenzione degli autori di violenza sessuale è dunque caratterizzata da una diversa accessibilità ai diritti fondamentali della persona, per cui una prospettiva minima ed immediata di intervento diventa quella della tutela del diritto di ciascun imputato o condannato per reato a sfondo sessuale, affinché non sia discriminato nell’ambito della vicenda detentiva, ma possa usufruire degli stessi diritti degli altri detenuti, in modo tale che il contesto detentivo possa articolarsi sempre più come una risorsa e una opportunità a volte unica nell’arco della propria esistenza.

    Sempre nella prospettiva della tutela dei diritti vi è da segnalare la generalizzata tendenza della Magistratura di Sorveglianza a negare l’accesso alle misure alternative alla detenzione. Ciò accade perché i condannati per delitti sessuali tendono a trincerarsi in atteggiamenti di negazione e minimizzazione delle loro condotte, ma anche perché (e questo forse è ancor più grave) allo stato attuale non esistono, se non in rarissimi casi (vedi il caso di Milano Bollate), percorsi trattamentali strutturati che forniscano alla Magistratura di Sorveglianza risultati minimamente rassicuranti in merito alla presa di coscienza delle problematiche sottostanti il comportamento sessualmente deviante ed alla conseguente previsione di rischio di recidiva del condannato.

    Proprio per approfondire queste considerazioni il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno presentato e realizzato due progetti finanziati dal programma STOP dell’Unione Europea e conclusisi nel marzo 1999 con un seminario transnazionale. Il progetto, denominato WOLF (working on lessening fear-lavorare per diminuire la paura) è nato dall’esigenza di rispondere alla crescente attenzione sociale sulla gravità del problema degli abusi sessuali contro i minori, anche in seguito a drammatiche notizie di cronaca che hanno avuto per oggetto violenze esercitate sui minori, di cui lo sfruttamento e l’abuso sessuale sono una delle molteplici espressioni. Tale progetto, insieme ad un altro programma denominato For-WOLF, più centrato sulle problematiche della formazione degli operatori sociali e penitenziari addetti al trattamento dei rei sessuali, è stata per il nostro Paese la prima occasione di confronto ufficiale, di ricerca e di scambio transnazionale riguardo alle problematiche relative al trattamento di questi condannati, un’occasione, per istituzioni centrali e periferiche, di attivazione alla ricerca sul fenomeno dei reati sessuali in generale e sulle problematiche connesse alla loro presa in carico. Da questi progetti sono sorti, successivamente, delle sperimentazioni locali in alcuni penitenziari come quello di Milano Bollate, di Prato, di Lodi, di Pescara ecc..

    L’auspicio è che questi primi tentativi di realizzazione di percorsi trattamentali adeguati per i condannati per reati sessuali possano diventare la base di partenza per l’affermazione di un modello di presa in carico terapeutica che partendo dal carcere coinvolga, così come avviene per le tossicodipendenze, la c.d. rete esterna (servizi sociali e psichiatria territoriale), in un lavoro di squadra con la Magistratura ed i servizi di aiuto alla vittima, il cui fine ultimo è per tutti lo stesso: la difesa della collettività e la riabilitazione effettiva del condannato.

    BIBIOGRAFIA

    Ciappi S., Palmucci V., Toccafondi I., Scala P. (2006). Aggressori sessuali. Dal carcere alla società ; ipotesi e strategie di intervento. Giuffré, Milano.

    Dèttore, D., Fuligni, C. (1999). L’abuso sessuale sui minori. Valutazione e terapia delle vittime e dei responsabili. Milano: McGraw-Hill.

    Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ministero della Giustizia (1999). Atti del seminario transnazionale sul “Progetto Wolf, progetto di ricerca e scambio transnazionale sul trattamento degli autori dei reati di sfruttamento sessuale di minori e sui bisogni di formazione degli operatori sociali addetti al loro trattamento”, Roma, 10-12 marzo 1999.

    Giulini P.G., Vassalli A., Di Mauro S. (2003): «Un Detenuto Ibernato: l’autore di reato sessuale tra tutela dei diritti e prospettive di difesa sociale», in: Gatti U., Gualco B. (a cura di), Carcere e territorio, Giuffré, Milano.

    Palmucci V., Traverso G.B., La valutazione del delinquente sessuale nelle esperienze di ricerca e di intervento in campo internazionale, Rivista Italiana di Criminologia, fascicolo n. 1-2 dell’anno 2004

    Orefice S. (2002). La sfiducia e la diffidenza. Raffaello Cortina, Milano.

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